NESSUNO
NASCE, NESSUNO MUORE
Insegnamenti
di
Nisargadatta
Maharaj
A
cura di Ramesh S. Balsekar
Hai mai realmente pensato alla essenziale natura
dell’uomo? Dimentica ciò che hai letto, ciò che ti è stato detto. Hai mai
pensato in maniera indipendente a questa questione? Ripeto “indipendente”,
quieto e profondo pensiero, come se tu fossi il solo essere senziente sulla
terra e non ci fosse nessuno a guidarti? O a fuorviarti?
Quali sono gli elementi essenziali di quello che
consideri “te”? Per quanto concerne ciò che tu chiami un individuo, perché non
esamini questo fenomeno analiticamente, naturalmente e con mente aperta, dopo
avere abbandonato tutto l’esistente condizionamento mentale e le idee
preconcette? Se lo fai, che cosa scoprirai? Che tu ed io non siamo due, ma
la stessa Assoluta Unicità: NETI – NETI!
- - - -
Ciò che
“nasce”
“Nel mio
stato originale di unicità ed integrità, io non sapevo nemmeno di esistere. E
poi un giorno mi fu detto che ero “nato”, che un particolare corpo era “me”,
che una particolare coppia erano i miei genitori.
Poi, ho
cominciato ad accettare ulteriori informazioni su di “me”, giorno dopo giorno,
e così ho costruito una pseudo-personalità soltanto perché avevo accettato
l’accusa di essere nato, pur essendo pienamente consapevole che non avevo
esperienza di essere nato, che non avevo mai acconsentito ad essere nato e che
il mio corpo era stato posto su di me.
Gradualmente,
il condizionamento è diventato sempre più forte ed è cresciuto in tale misura
che non soltanto ho accettato l’accusa di essere nato come un particolare
corpo, ma anche che un giorno futuro sarei “morto” e la parola stessa “morte” è
divenuta per me una parola terribile che sta a significare un evento
traumatico.”
- Ciò che nasce è la
coscienza, che ha bisogno di un organismo per manifestarsi, e
quell’organismo è il corpo fisico.
- L’intero processo
conosciuto come “vita”, iniziando con la “nascita” di una forma fisica e
terminando con la sua “morte”, è parte del totale funzionamento della
coscienza, il relativo che si manifesta dall’Immanifesto Assoluto.
- Relativamente -
fenomenicamente - “tu” o “me”, non è null’altro che quel puntino di
materia fisica che fu concepita in un grembo e all’interno del quale era
latente la scintilla della coscienza che è immanente nell’intera
manifestazione.
- Qual è la sorgente
del corpo? Ovviamente lo sperma maschile che fertilizza un ovulo nel
grembo femminile. Qual è la sorgente dello sperma e dell’ovulo? Il cibo
consumato dai genitori.
- Di che cosa è fatto
il corpo? Come giunge in esistenza il corpo? Il corpo è semplicemente una
crescita nel grembo di una donna durante il periodo di nove mesi, la
crescita di ciò che è concepito dall'unione dei fluidi sessuali maschili e
femminili. Questi fluidi sono l'essenza del cibo consumato dai genitori.
Basilarmente, perciò, sia la coscienza che il corpo sono fatti e sono
sostenuti dal cibo. Nel corpo c’è Il Prana, o forza vitale e la Coscienza
(o l'esistenza, la conoscenza "io sono").
- La sorgente del
corpo umano è lo sperma maschile che fertilizza l’ovulo femminile e, al
momento del concepimento, la coscienza è latente. È questo sperma
maschile, reso fertile dalla coscienza latente in esso, che cresce
nel grembo della madre; nel dovuto corso viene partorito come un bambino,
diventa un fanciullo e poi attraversa il suo ciclo di vita.
- Lo sperma di un
uomo, germinato nel grembo della donna, dopo nove mesi viene partorito
come un bambino. Lo sperma, sviluppatosi nella forma di un neonato,
attraversa gli stati di sonno e veglia, porta avanti le sue consuete
funzioni fisiche e conosce di esistere. Cosa ha "presieduto" al
processo dal concepimento al parto? Non è forse la conoscenza "io
sono", che è rimasta latente dal concepimento al parto e, nel dovuto
corso, è "nata"?
- Qual è la forza
dietro questa naturale crescita? Null’altro che la coscienza che è latente
nello sperma maschile, essendo quest’ultimo l’essenza del cibo consumato
dai genitori. Lo sperma maschile e l’ovulo femminile sono in se stessi
l’essenza del cibo consumato dai genitori; la forma fisica è composta e
nutrita dai cinque elementi che costituiscono il cibo.
- Tutto ciò che tu
pensi di essere non è null’altro che l’essenza “materiale” del corpo di
tuo padre, che fu concepita nel grembo di tua madre e che più tardi è
cresciuta spontaneamente nella forma di un bambino con occhi, carne,
sangue, eccetera.
- In effetti, tu non
fosti nemmeno consultato sulla tua "nascita". Fu creata una
forma umana che crebbe da neonato ad un bambino e, ad un certo tempo,
forse nel secondo anno della tua vita, ti fu detto che “tu” eri nato, che
“tu” avevi sia un nome che una forma, dopo di che hai avuto la conoscenza
della tua “esistenza” e “tu” hai cominciato a considerarti un individuo
con una entità indipendente, separata dal resto del mondo. Ora considera:
-
l. I tuoi
genitori hanno specificatamente e deliberatamente creato “te”?
-
2. I tuoi
genitori conoscono il momento in cui è avvenuta la concezione?
-
3. “Tu”,
specificamente e deliberatamente, hai scelto una particolare coppia come tuoi
genitori?
-
4. Hai scelto di
“nascere?
-
5. C’è un
individuo che sia stato consultato sulla sua “nascita” per quanto concerne dei
particolari genitori?
Il “me” ed il “mio” sono venuti soltanto dopo la
nascita, che è chiaramente il risultato di un processo naturale in cui né i
genitori né il bambino hanno alcuna scelta. Dalle risposte a queste domande
sarà chiaro che una forma dall’aspetto di un essere umano è stata creata quasi
accidentalmente (senza alcuna concorrenza o selezione da parte di nessuno), che
tu susseguentemente hai accettato come tuo sé. Perciò, “tu”, in quanto tale, non
esisti né come un “fatto”, né come una entità. Questo è il primo fondamento:
Una forma è stata creata attraverso un processo naturale.
- Il tuo corpo è la
crescita di un’emissione venuta dall’unione dei tuoi genitori e che fu
concepita nel grembo di tua madre. Questa emissione era l’essenza del cibo
consumato dai tuoi genitori. Il tuo corpo perciò è fatto dell’essenza-cibo
ed è sostenuto dal cibo. Lo sperma è forse qualcosa di diverso
dall’essenza del cibo consumato dal padre del bambino? Non è forse il cibo
composto dai quattro elementi (etere, aria, fuoco ed acqua) attraverso il
quinto elemento, la terra? Il seme della coscienza viene così ridotto a
null'altro che cibo ed il corpo è il "cibo" della coscienza;
non appena il corpo muore anche la coscienza scompare e tuttavia, la
coscienza è il "seme" dell’intera universo! Ogni singolo
individuo, ogni qualvolta sogna, ha una identica esperienza di un mondo
creato nella coscienza e il senso di presenza conscia è il sapore, “la
natura” dell’essenza-cibo che costituisce il corpo, come la dolcezza è la
natura dello zucchero che in se stesso è l’essenza della canna da
zucchero. Ma, comprendi che il tuo corpo può esistere soltanto per un
periodo limitato di tempo e quando il materiale di cui è composto, alla
fine, si deteriora sino al punto di“morire”, la forza vitale e la
coscienza scompaiono anch’esse dal corpo. Così, che cosa accadrà a “te”?
- Il corpo con
coscienza è un’unità fenomenica che è stata creata spontaneamente dai
cinque elementi (spazio, aria, fuoco, acqua e terra) e dai tre attributi
(Sattva, Rajas e Tamas). Questa unità cresce durante il suo ciclo vitale e
poi “muore”; cioè, ritorna ai cinque elementi e la coscienza che era
limitata dal corpo viene liberata nella Coscienza Impersonale. In
questo naturale processo di creazione e distruzione di un unità
fenomenica, dov’è la questione di un “tu”? Tu non sei mai stato coinvolto
nella creazione dell’unità fenomenica che “tu” si suppone sia. Ti è stato
detto dai tuoi genitori che tu sei “nato” e che un particolare corpo sei
"tu”. In realtà tu non hai l’effettiva esperienza di essere nato. Ciò
che è nato è una unità fenomenica, un apparato psicosomatico che è
attivato dalla coscienza. Dovrebbe essere chiaro allora che la
coscienza è la natura stessa del corpo fisico (come la dolcezza dello
zucchero) e che il corpo fisico è fatto ed è sostenuto dal cibo che è
l’essenza dei cinque elementi. In questo spontaneo, naturale processo,
l’individuo in quanto tale non ha alcun significato. Il corpo individuale
è fatto di cibo e la coscienza è universale, onnipervadente. Come può
l’individuo invocare l’esistenza separata o la schiavitù e la liberazione
per se stesso?
- L’attaccamento
dell’essere umano al corpo, come entità separata, è dovuto interamente al condizionamento
che riceve dai genitori, dagli anziani e dagli altri, dai primi momenti di
comprensione, che egli è un corpo particolare con un particolare nome.
Molto presto egli è convinto, al di là di ogni dubbio, di essere il corpo
che è investito sia della forza vitale del respiro che inala ed esala
continuamente, che della coscienza o capacità senziente che viene e va con
gli stati di veglia e di sonno. In effetti, tutto ciò che è accaduto e che
il noumeno si è oggettivato in milioni di forme (incluse le forme
umane) come fenomeni che costituiscono la manifestazione totale ed il suo
funzionamento, e questi oggetti fenomenici vengono continuamente creati e
distrutti nel processo della manifestazione e nessuno ha alcuna scelta
di azione. In realtà, perciò, invece dei vari esseri umani ognuno dei
quali possiede la coscienza, è la Coscienza che possiede milioni di
forme attraverso le quali il noumeno può oggettivarsi
- L’uomo si considera
un essere speciale, a parte, rispetto a tutto il resto della creazione ma,
per quanto concerne gli ingredienti dell’apparato fisico, non c’è
differenza tra i vari tipi di creature senzienti. Soltanto il processo
della creazione differisce.
- Chi sei allora tu? Tu
sei ciò che eri prima che il corpo con coscienza venisse in essere,
ciò che eri “cento anni fa”! La questione che a questo punto sorge
naturalmente è: chi allora agisce nel mondo come il corpo? La risposta è
che nella manifestazione la coscienza è ogni cosa. È la coscienza ad
agire attraverso i milioni di corpi secondo l’innato carattere della
composizione di ciascun corpo. Ci sono milioni di forme psicosomatiche, ma
nessuna forma è esattamente uguale ad un’altra perché ciascuna forma ha
una particolare combinazione dei cinque elementi più i tre attributi. Ogni
elemento ha le proprie caratteristiche e così ogni attributo. Immaginate
le milioni di sfumature che ciascuno di questi otto aspetti può avere e i
risultanti milioni e trilioni di permutazioni e combinazioni che possono
essere effettuate!
- La coscienza
agisce attraverso i corpi fisici,
ciascuno dei quali ha il suo proprio temperamento e carattere, basati
parzialmente sulla sua composizione fisica e parzialmente sul
condizionamento che ha ricevuto. Se questo viene chiaramente percepito,
dovrebbe anche essere chiaro che nessun individuo ha l’autonomia di agire
indipendentemente. Ma l’individuo, nella sua ignoranza, crede di essere
lui ad agire, egli “assume su di sé” le azioni che avvengono, si vincola
in una illusoria schiavitù e soffre il dolore ed il piacere. Ecco come
sorge la “schiavitù”.
La
coscienza manifesta (Io Sono) ovvero il senso della presenza conscia
L’intero
universo è “della natura del pensiero”…
Aggrappati a
colui che sta cercando…
- Quando la coscienza
impersonale si manifesta e si identifica con ciascuna forma fisica, sorge
la nozione io, e questa nozione io, dimenticando di non avere esistenza
indipendente, converte la sua soggettività originale in un oggetto con
intenzioni, voleri e desideri ed è, perciò, vulnerabile alla sofferenza.
Questa erronea identità è precisamente la “schiavitù” dalla quale viene
cercata la liberazione.
- La coscienza non può
esistere senza un corpo fisico ed essendo l’esistenza del corpo temporale,
anche la coscienza deve essere temporale. Una volta che il corpo
“muore”, la coscienza manifesta è liberata e si fonde con la coscienza
impersonale, come una goccia d’acqua si fonde con l’oceano.
- Anche la coscienza è
limitata nel tempo come il corpo. Quando il corpo “muore”, la coscienza
scompare come una fiamma quando è esaurito il combustibile. Finché
esiste il corpo, siete questa presenza conscia all’interno, il principio
che percepisce; quando il corpo muore, “voi” siete la Consapevolezza
Assoluta in cui si fonde la coscienza temporale, dove non c’è più il senso
di essere presenti. Ricordate, perciò, che nessuno nasce e nessuno
muore, perché tutte le forme (che appaiono, rimangono per un certo
tempo e poi scompaiono) sono la vostra espressione, il vostro riflesso.
- Il corpo fisico che
generalmente uno identifica con se stesso, è soltanto il costrutto
fisico per il Prana (la forza vitale) e la coscienza. Senza il
mana-coscienza che cos’è il corpo fisico? Soltanto un cadavere! È soltanto
per il fatto che la coscienza si è erroneamente identificata con il suo
involucro fisico - l’apparato psicosomatico - che l’individuo viene in
esistenza.
- Il corpo è uno
strumento necessario affinché la coscienza rimanga nella manifestazione. Come possono i due essere disidentificati sino a
che l’energia vitale non abbandona il corpo (fatto comunemente conosciuto
come morte) e la coscienza viene liberata della sua forma fenomenica?
- La schiavitù non è
causata dalla semplice identificazione formale con il corpo che è un
costrutto psicosomatico dei cinque elementi, uno strumento che non ha
un’esistenza indipendente propria. Ciò che causa la “schiavitù” è
l’identificazione che risulta dal concetto immaginato di una entità
indipendente autonoma che si assume la paternità dell’azione e la
responsabilità delle conseguenze. Il corpo deve continuare ad essere usato
come uno strumento. La schiavitù può sorgere soltanto quando c’è una
volizione apparente, cioè quando un’azione viene considerata una propria
scelta, un “agente” mettendo con ciò in moto il processo della causalità,
del Karma e della “schiavitù”. A quale stadio sorge la questione
dell’identificazione? Essendo la fenomenalità totalmente latente nella
noumenalità (essendo la noumenalità immanente nel fenomeno) la questione
dell’identificazione non dovrebbe in realtà sorgere affatto.
- La coscienza può
essere conscia di se stessa soltanto sino a che si manifesta nella forma
fenomenica, un corpo, sia esso quello di un insetto, di un verme, di un
animale o di un essere umano. Senza il corpo, nello stato immanifesto,
la coscienza non è conscia di se stessa. Senza la coscienza il corpo è
semplicemente materia morta. Il corpo perciò è il cibo che sostiene la
coscienza e lo strumento attraverso il quale essa funziona. In effetti, la
coscienza è la “natura”, o la “qualità” o il “gusto” del corpo fisico,
come la dolcezza lo è dello zucchero.
- L’individuo nella
forma del corpo umano è sempre l’oggetto; la coscienza (come
testimonianza) è il soggetto e la loro relazione di mutua dipendenza (la
coscienza non può apparire senza l’apparato di un corpo e il corpo non può
avere capacità senziente senza la coscienza) è la prova della loro
basilare identità con l’Assoluto.
- Se non siete consci,
esiste l’universo per voi? È soltanto quando voi siete (consci) che il
mondo è. Così, ovviamente, l’universo è contenuto nel granello di
coscienza (che si suppone esista nella minuscola apertura al centro del
capo). La coscienza non può manifestarsi, non può essere conscia di se
stessa, a meno che non ci sia un apparato psicosomatico, il corpo. In
assenza del corpo, la coscienza può essere conscia di se stessa? La
coscienza, in assenza del corpo, non sarà più manifesta.
- Che cos’è la
coscienza stessa se non un concetto che viene come un’eclisse sul noumeno
per una certa durata di tempo? Se questa posizione viene direttamente
percepita, intuitivamente percepita, allora conosciamo che nella
relatività noi siamo la presenza conscia, la coscienza animante e non
l’oggetto fenomenico alla quale essa dà capacità senziente. Quando
vediamo il falso come falso, il problema si risolve.
- C’è questa coscienza
da parte della quale istintivamente dite “io” e c’è il centro oggettivo
dell’apparato psicosomatico che agisce nel mondo con il quale vi
identificate erroneamente con un particolare nome. La prima è
soggettivamente ciò-che-voi-siete-come “io”, l’altro è una forma fisica
che è ciò-che-voi-apparite-essere come “me”. In effetti, non ci sono “me”
né “voi”, soltanto “io”.
- Ciò che tu sei è
“presenza” soltanto sino a che il corpo, un fenomeno manifesto, è
presente. Che cos’eri prima che il corpo e la presenza ti raggiungessero
spontaneamente? Dico “spontaneamente" perché non fosti consultato sul
fatto di ricevere un corpo, né i tuoi genitori specificatamente si
aspettavano di avere “te” come loro figlio. Non eri allora, relativamente,
“assenza” piuttosto che “presenza”, prima che lo stato di corpo-coscienza
sorgesse su qualunque cosa fosse quel “tu”?
- Il “funzionamento”
della manifestazione avviene nella coscienza attraverso Prajna (pura
consapevolezza), quel brillante attore-produttore di questo totale
spettacolo-sogno, che assume tutti i ruoli nel grande sogno-dramma che è
questa manifestazione. E la sorgente di questa presenza conscia è il
noumeno.
- Pensare che un
individuo possa agire indipendentemente è in se stesso un errore. Ciò
che siamo è la presenza conscia e non l’involucro esterno della coscienza;
non siamo il corpo che è soltanto un apparato psicosomatico usato per
percepire la manifestazione.
- Le trasformazioni e
le combinazioni dei cinque elementi, più i tre attributi e i loro milioni
di ombre, ammontano a milioni di miliardi. Nulla ci impedisce di ammirare
ciò che pensiamo sia ammirabile e di amare ciò che pensiamo sia amabile,
ma comprendiamo cosa in effetti amiamo ed ammiriamo - non l’individuo
concettuale, ma la meravigliosa abilità agente della coscienza che è
capace di assumere simultaneamente milioni di ruoli in questa recita-sogno
che è il mondo!
- La presente
condizione fenomenica (il cui seme è la coscienza) è temporanea, come una
malattia o un’eclissi sulla propria originale, immutabile condizione di
noumeno e tutto quello che uno può fare è di trascorrere la propria durata
di vita designata alla fine della quale l’eclissi della fenomenalità
termina e il noumeno prevale ancora nella sua pura unicità, totalmente
inconsapevole della sua consapevolezza.
- In assenza della coscienza
non ci può essere alcun tipo di esistenza e la coscienza è semplicemente
il pensiero - io sono. L’uomo stesso, essendo soltanto un’apparizione
nella coscienza di qualcun’altro, non può avere sostanza in quanto tale. L’intero
universo manifesto è “come il figlio di una donna sterile”: un’illusione.
L’uomo soffre qualunque esperienza soltanto quando c’è il senso di
presenza conscia.
- Se tu non fossi
conscio, esisterebbe il tuo corpo per te? Ci sarebbe qualche mondo per te?
La conoscenza Io sono o coscienza è il solo “capitale” che un essere
senziente ha. In effetti, senza coscienza egli non avrebbe alcuna capacità
senziente.
- C’è qualcosa che è
rimasto immutato in tutti questi anni mentre ogni altra cosa è cambiata. E
questo è il costante senso di presenza, il senso che tu esisti. Questo
senso o sentimento “Io sono”, non è mai cambiato.
- La consapevolezza è
lo stato originale primordiale, prima del concetto spazio-tempo, senza
bisogno di causa, né sostegno. Semplicemente è. Comunque, nel momento in
cui il concetto della coscienza sorge su questo originale stato di
unicità, sorge il senso “Io sono”, causando una condizione di dualità. La
coscienza è accompagnata da una forma. È un riflesso della
consapevolezza contro la superficie della materia. Uno non può
pensare alla coscienza come separata dalla consapevolezza; non ci può
essere un riflesso del sole senza il sole. Ma ci può essere la
consapevolezza senza coscienza. Nel sonno profondo, per esempio, non c’è
coscienza (sta riposando) ma la consapevolezza è certamente là, perché nel
risvegliarsi uno è consapevole di aver dormito, ma soltanto al risveglio.
- Devi ricordare ciò
che eri prima che avessi questa conoscenza “lo sono” insieme con il corpo,
cioè, prima che fossi “nato”; Mi hai detto che questo corpo dotato di
coscienza era venuto a me senza la mia conoscenza o la mia partecipazione,
perciò “io” non ero mai “nato”; Questo corpo dotato di coscienza che è
“nato” è limitato nel tempo e quando scomparirà, alla fine del periodo
designato, io ritornerò al mio stato originale che è sempre presente, ma
non in manifestazione. Perciò, io non sono la coscienza e certamente non
il costrutto fisico in cui dimora questa coscienza; c’è soltanto “Io” né
“me", né “mio”, né “tu” - soltanto quello che è. Non c’è schiavitù al
di fuori del concetto di un “me” e un “mio” separato in questa totalità di
manifestazione e di funzionamento.
- Che cos’eri prima
della tua “nascita”? In quello stato non c’era alcun bisogno, alcuna
mancanza, alcun desiderio; nemmeno il desiderio della realtà o libertà, o
liberazione. In effetti, quello è il tuo stato originale, vero stato o
vera natura; uno stato di integrità, di santità, di assoluta presenza e
relativa assenza. Un riflesso di quello stato è la coscienza, o l’io sono,
o l’essere, ma il riflesso del sole non è il sole. Questa Presenza Conscia
è ciò che sei, non il corpo che è semplicemente l’abitazione della
coscienza, nella sua manifestazione. Quando il corpo “muore”, la coscienza
è liberata dal corpo e tu non sei più nemmeno la presenza conscia, perché
allora non c’è più nessuna presenza relativa. Allora sei nell’originale
Assoluta Consapevolezza. Assenza relativa significa Assoluta Presenza,
senza la coscienza di essere presenti. Il desiderio di libertà che sorge
nel cuore del cercatore negli stadi iniziali, gradualmente scompare quando
realizza che egli stesso è ciò che ha cercato. La persistenza di
questo desiderio implica due “blocchi”. Uno, presume la presenza e la
continuazione di un’entità che vuole la “libertà”, laddove per un oggetto
fenomenico non ci può essere questione di libertà, perché un oggetto non
ha alcuna esistenza indipendente. Due, questo desiderio è basato sul
desiderio di catturare la libertà a livello della mente; ciò significa
cercare di catturare lo sconosciuto e l’inconoscibile all’interno dei
parametri del conosciuto! Non può essere fatto.
- Avevate qualche
necessità di conoscenza cento anni fa? Quello che voi non conoscete e
non potete conoscere è il vostro vero stato. Questo che voi pensate sia
reale, perché può essere oggettivato, è ciò che voi sembrate essere.
Qualunque conoscenza stiate ora cercando circa il vostro vero stato, è
inconoscibile, perché voi siete ciò che state cercando. Tutto
quello che potete ottenere come conoscenza è a livello concettuale - la conoscenza
che otterrete come un’apparizione oggettiva. Tale “conoscenza” non è in
alcun modo differente dall’ “ignoranza”, perché esse sono controparti
collegate a livello concettuale. In altre parole, la comprensione a
livello della mente significa soltanto concettualizzazione e pertanto è
totalmente illusoria. Comprendete per favore la differenza tra questa
conoscenza concettualizzata e l’intuitiva percezione che non è a livello
concettuale. In effetti, percepire è vedere totalmente, che è
differente in modo vitale dal semplice vedere intellettuale. Una volta che
c’è percezione, la dualità delle controparti, la base della semplice
comprensione intellettuale, scompare totalmente. Non c’è questione di
“qualcuno” che pensa di avere compreso qualcosa con l’uso della ragione e
della logica. La vera comprensione e percezione spontanea, intuitiva,
senza scelta e totalmente non dualistica.
- Non dovrebbe essere
possibile per te percepire il tuo vero stato, lo stato prima che “tu”
“nascessi”? Potresti ritornare a quello stato originale, prima che la
coscienza spontaneamente sorgesse e portasse il senso della presenza?
Quest’ultimo stato del “senso della presenza” è vero sino a che esiste il
corpo. Quando la durata della vita del corpo è terminata, questa presenza
conscia si fonde nello stato originale dove non c’è coscienza di essere
presenti. Nessuno nasce, nessuno muore. C’è semplicemente l’inizio, la
durata e la fine di un evento, oggettivato come tempo-vita nello
spazio-tempo. Come fenomeno non c’è entità che sia vincolata e come
noumeno non può esserci entità che necessiti d'essere liberata. Questo è ciò
che deve essere percepito: il mondo di sogno dei fenomeni è qualcosa
che deve essere meramente testimoniato.
- Ciò che percepisce
la forma dell’oggetto sicuramente deve esistere prima dell’oggetto
percepito. Potete percepire i vari oggetti, incluse alcune parti del
vostro corpo che sono anch’esse oggetti per ciò che percepisce. Perciò,
quello che percepisce non è il corpo, che è soltanto un oggetto, in quanto
può essere percepito. Colui che percepisce è il soggetto e la cosa
percepita è l’oggetto. Cos’è che percepisce? È la coscienza, l’esistenza,
lo stato di io sono, colui che percepisce.
- Il corpo è soltanto
uno strumento, un apparato che sarebbe del tutto inutile se non fosse per
l’energia interiore, il senso “io sono”, la conoscenza di essere vivi, la
coscienza che fornisce il senso di essere presenti. In effetti, questa
presenza conscia (non il tal dei tali che è presente, ma il senso di
presenza conscia in quanto tale) è ciò che uno è, e non l’apparizione
fenomenica che è il corpo. È quando questa coscienza, sentendo la
necessità di qualche sostegno, erroneamente si identifica con il corpo e
abbandona il suo potenziale illimitato per la limitazione di un singolo
particolare corpo, che l’individuo è “nato”.
- L’“Io sono”, il
senso della presenza conscia, di “esistere”, è la sola verità che ogni
essere senziente conosce e questa è la sola “prova” che uno può avere. E
tuttavia, la semplice esistenza non può essere definita verità per la
semplice ragione che l’esistenza stessa non è al di là del tempo e dello
spazio come la Realtà.
- In quale stadio,
esattamente, ho avuto la conoscenza della mia "esistenza"? Che
cos'ero prima che questa conoscenza "io sono" mi raggiungesse?
Questa conoscenza "io sono" è stata con me da quando io posso
ricordare, forse alcuni mesi dopo che questo corpo nacque, perciò la
memoria stessa deve avere a che fare con questa conoscenza "io
sono", questa coscienza. Qual era la posizione prima di ciò? La risposta
è: non lo so. Perciò, qualunque cosa io conosco ha il suo inizio
nella coscienza, incluso il dolore ed il piacere, il giorno e la notte, la
veglia ed il sogno; in effetti l'intera gamma delle dualità e degli
opposti in cui uno non può esistere senza l'altro. Ancora, qual era la
posizione prima che sorgesse la coscienza? Questi opposti relazionati
inevitabilmente devono essere esistiti, ma soltanto nella negazione, nella
unicità, nella totalità. Questa allora deve essere la risposta. Questa
unicità è ciò che io sono.
- Qualunque sia lo
stato in cui non conoscevamo nulla, quello è il nostro vero stato, quella
è la Realtà. In quello stato,
non conoscevamo nemmeno la nostra esistenza. Allora, spontaneamente,
arrivò il messaggio o il pensiero, o la conoscenza “io sono”. Questa
conoscenza “io sono” diede inizio al senso di dualità, soggetto ed
oggetto, peccato e merito e l’intera gamma degli opposti collegati tra
loro. Qualunque cosa ci fosse prima della conoscenza "io sono”, è
la verità; qualunque cosa segua la conoscenza, o la coscienza "io
sono” , è falsa. Comprendi questo fatto basilare. Io sono, il senso di
presenza, ha ottenuto vari nomi gloriosi come Maya, Prakriti, Ishwara,
eccetera, tuttavia è un’illusione, pura ignoranza. È Prakriti (la
natura cosmica) che con la cooperazione del Purusha concettuale (il Sé)
crea il mondo e lo popola di innumerevoli forme fisiche. È Maya
(l'illusione cosmica) in azione che fa in modo che la coscienza (che dà
capacità senziente agli esseri) creda erroneamente di essere la
particolare forma stessa. Così la coscienza assume l’identità della forma
particolare e dimentica la sua vera natura.
- Potresti vedere
l’intero Universo come un sogno, ma fino a che c’è un “tu” che vede questo
sogno come un’entità separata, avrai dei problemi. Spero che tu arrivi
gradualmente a realizzare di essere tu stesso una figura sognata in
questo sogno vivente, una parte integrante del sogno e non qualcuno a
parte e separato da esso.
- La manifestazione
dell’intero universo è come un sogno, il sogno cosmico, esattamente come
il sogno microcosmico di un individuo. Tutti gli oggetti sono oggetti
sognati, apparizioni nella coscienza, sia che il sogno sorga
spontaneamente come un sogno personale ed individuale durante il sonno,
sia che si tratti del sogno vivente della vita in cui tutti noi siamo
sognati e vissuti. Tutti gli oggetti, tutte le apparizioni sono
sognate dagli esseri senzienti nella coscienza. Gli esseri senzienti sono,
perciò, sia figure sognate che sognatori; non c’è un solo sognatore in quanto
tale. Ogni corrente di sogno dell’universo avviene nella coscienza, che è
all’interno di un particolare apparato psicosomatico, il mezzo attraverso
il quale avviene il percepire e l’interpretare e che è scambiato per una
entità individuale.
- In che modo viene in
esistenza l’entità individuale e la sua schiavitù? Una breve risposta
sarebbe affermare che la coscienza, limitata dai confini della forma
fisica e non trovando nessun altro sostegno, illude se stessa in
un’identificazione con un corpo particolare e così crea una pseudo-entità;
e questa pseudo-entità, credendosi l’agente delle azioni (che in realtà
formano parte dei totale funzionamento spontaneo di Prajna), deve
accettarne le conseguenze e così si assoggetta alla schiavitù di causa ed
effetto dell’idea del Karma.
- Questo incantevole
senso di presenza è soltanto un senso, un concetto che sopraggiunge
sull’Immanifesto Assoluto come un ospite non invitato, che si insinua
nella casa così insidiosamente che l’ospite viene spinto in un senso di
falsa sicurezza e benessere. Viene così coinvolto nello spettacolo che
raramente si cura di scoprire se lo spettacolo esiste realmente o se è
semplicemente una visione, un’allucinazione, un sogno, un miraggio. Vede
l’albero ed è così incantato da esso da dimenticare che l’albero non è
null’altro che la crescita del seme, che ne è la vera sorgente. Lo scopo
del Paramartha (l’insegnamento centrale) è di cercare la sorgente, il seme.
- Sembriamo convinti
di vivere una vita tutta nostra, secondo i nostri desideri, speranze ed
ambizioni, secondo il nostro piano e disegno, attraverso i nostri sforzi
individuali. Ma è realmente così? O veniamo sognati e vissuti senza
volizione, totalmente come marionette, esattamente come in un sogno
personale? Pensaci! Non dimenticare mai che proprio come il mondo esiste,
quantunque come un’apparizione, anche le figure sognate nel sogno devono
avere un contenuto - esse sono ciò che è il soggetto del sogno. Questo è
il motivo per cui dico: Relativamente, “Io” non sono, ma l’universo
manifesto è me stesso.
- Nella coscienza il
mondo appare e scompare e ciascuno di noi ha il diritto di dire: tutto ciò
che è, sono io, tutto ciò che è, è mio; prima di ogni inizio, dopo ogni
fine, io sono là a testimoniare ciò che accade. “Me” , “tu” e “egli” sono
soltanto apparizioni nella coscienza - tutti sono basilarmente “Io”.
Non è che il mondo non esista. Come apparizione nella coscienza, il
mondo è la totalità dei conosciuto e il potenziale dello sconosciuto. Si
può dire che appare, ma non che esiste. La durata delle apparizioni,
naturalmente, differirà secondo diverse misure di tempo.
- "Io so che sono
e che ho un corpo. Come è potuto accadere senza la mia conoscenza ed il
mio consenso? E che cos'è questa conoscenza io sono?" Il
funzionamento della manifestazione avviene sino a che c’è coscienza.
Identificandoci senza necessità con l’agente, ci si attira la
responsabilità e la colpa.
- L'intera cosa è
davvero semplice, se soltanto si vede il quadro chiaramente. Che cos'è
questo "me" con il quale sono coinvolto? La risposta immediata,
naturalmente, è: "questo me, questo corpo". Ma il corpo è
soltanto un apparato psicosomatico. Qual è l'elemento più importante, in
questo apparato, che lo qualifica in modo che sia conosciuto come un
essere senziente? È indubbiamente la coscienza senza la quale questo
apparato, pur forse tecnicamente vivo, sarebbe inutile per quanto concerne
il suo funzionamento. Questa coscienza, ovviamente, ha bisogno di un
costrutto fisico in cui manifestarsi. Così, la coscienza dipende dal
corpo.
- Chi è questo “io”
che vuole raggiungere la realtà? È questo complesso-corpo, questo apparato
psicosomatico che vuole raggiungere la realtà? Ma non c’è qualcosa –
chiamiamolo senso di presenza - senza il quale nessuno dei tuoi sensi
sarebbe in grado di conoscere nulla? Cos’è che dà capacità senziente ad un
essere senziente? Tu sei questa presenza conscia sino a che c’è il corpo.
Una volta che il tuo corpo se ne è andato, insieme con il respiro vitale,
anche la coscienza se ne andrà. Soltanto quello che era prima
dell’apparizione di questo corpo-con-coscienza, l’Assoluto, il sempre
presente, è la tua vera identità.
- Non ci può mai
essere nessuna entità individuale in quanto tale, con scelta di azione
indipendente. Perciò, come posso “io”, in futuro, intrattenere alcuna
intenzione? E, se io cesso di avere intenzioni, come ci possono essere
conflitti psicologici? In assenza di intenzione non ci può essere base
psicologica per nessun coinvolgimento con il Karma. Ci sarebbe allora
perfetto allineamento con qualunque cosa possa accadere, un’accettazione
degli eventi senza alcun sentimento né di raggiungimento né di
frustrazione. Un vivere del genere sarebbe un vivere non-volitivo
(un’assenza di volizione sia positiva che negativa, un’assenza sia di
azione deliberata che di deliberata non azione), attraversando la “mia”
durata di vita designata, non volendo nulla e non evitando nulla,
cosicché questa “vita” (questa durata della coscienza che è venuta come
un’eclissi sul mio vero stato originale) scomparirà nei dovuto corso,
lasciandomi nella mia assoluta presenza. Cosa potrebbe volere di più (il
concettuale) “uno”?
- Ogni funzione, ogni
azione nella vita, può essere soltanto azione spontanea perché non c’è
entità ad eseguire nessuna azione. Voi siete (io sono) il
funzionamento, il sogno, la danza cosmica di Shiva! Infine, ricordate che
ogni sognare di qualunque tipo deve necessariamente essere fenomenico,
un’apparizione nella coscienza quando la coscienza è “sveglia”, cioè
quando la coscienza è conscia di se stessa. Quando la coscienza non è
conscia di se stessa non ci può essere sognare, come nel sonno profondo.
- Cos’è quello senza
il quale nessuno sarebbe in grado di percepire nulla, né di fare nulla?
Senza il quale non saresti in grado di porre alcuna domanda ed io non
sarei in grado di rispondere? Se tu ed io non fossimo consci, potremmo
avere questa conversazione? Che cos’è la “coscienza”? Non è forse il senso
di essere presenti, essere vivi? Questo senso di Presenza Conscia non ha
realmente alcun riferimento a nessun individuo: è il senso di presenza
conscia in quanto tale. Senza questa coscienza, quando, per esempio, la
coscienza abbandona il corpo nel momento della morte, il corpo viene
rapidamente eliminato - sepolto o cremato - perché altrimenti la carne
putrefatta comincerebbe a puzzare rapidamente. Dov’è allora l’individuo
che quando c’era la coscienza era considerato un genio? Si dice che sia
“morto”.
- Se io non sono
(conscio), il mondo non è (come nel sonno profondo). È soltanto quando
sono conscio che il mondo esiste per me. Tutte le indagini del cercatore devono
perciò riferirsi a questa coscienza: Come è sorta? Qual è la sua sorgente?
Che cosa la sostiene? Qual è la sua natura? Le risposte a questi
interrogativi conducono alla vera conoscenza. Senza la coscienza non ci
può essere esistenza fenomenica e perciò la coscienza è il Dio più alto
che un individuo, nella sua individualità, possa concepire, sebbene egli
possa dargli qualunque nome.
- Perché appaia
qualcosa, perché esista qualcosa, ci deve essere uno sfondo di assoluta
assenza; assoluta assenza sia della presenza che dell’assenza. So
che questo non è facile da afferrare. Ma prova. Qualunque presenza può
“apparire” soltanto dalla totale assenza. Se c’è presenza persino
dell’assenza, non ci può essere né il fenomeno né la percezione. Perciò,
la totale assoluta assenza implica totale assenza del concettualizzare.
Questo è il tuo vero stato originale. Lo ripeto: il “tu” è nato nel grembo
del concettualizzare. Sullo stato originale della totale assenza è sorto
spontaneamente un punto di coscienza - il pensiero “io sono” - e da ciò
sullo stato originale dell’unicità e della totalità sorge la dualità; la
dualità del soggetto-oggetto, del giusto e dello sbagliato, del puro e
dell’impuro - il ragionare, il comparare, il giudicare, eccetera.
- Perché uno deve
avere conoscenza spirituale se alla fine della propria vita il risultato è
lo stesso sia nel caso del Jnani che dell’ignorante? L’intero universo
manifesto è un’apparizione nella coscienza. Se non sei conscio, il mondo
per te non esiste, poiché non puoi conoscere nulla. Questa coscienza (in
cui uno conosce l’universo fenomenico) è tutto ciò che siamo. Sino a che
siamo nel mondo fenomenico, possiamo percepire soltanto quello; non
possiamo essere quello-che-siamo sino a che non ci svegliamo dal sogno
della fenomenalità, comprendiamo il sogno in quanto tale e smettiamo di
concettualizzare ed oggettivare. Questa è la base essenziale: Il
Noumeno è la sostanza, il fenomeno è il semplice riflesso; essi non sono
differenti. Il punto successivo da comprendere è questo: nel mondo
fenomenico quando il “tu” vede il “lui”, entrambi sono oggetti visti
vicendevolmente come apparizioni nella coscienza. Ma, comprendi questo,
non c’è soggetto che vede l’altro come un oggetto. C’è soltanto il vedere
che sta funzionando come un aspetto del potenziale noumenico. Questo
“funzionamento” avviene attraverso il veicolo della forma fisica,
l’apparato psicosomatico che come fenomeno è esso stesso soltanto una
manifestazione e, perciò, anche un aspetto dei noumeno come l’ombra lo è
della sostanza. Sino a che non c’è il concetto di una entità
individuale che si assume scelta di azione, tutto il funzionamento
fenomenico avviene spontaneamente e la faccenda della “schiavitù” e della
“liberazione” non sorge. Ma, ciò che accade è che il centro funzionale
di una forma psicosomatica (per la nostra analisi potremmo chiamarlo la
coscienza “personale”, sebbene la coscienza non possa essere divisa così)
viene investito di una soggettività spuria, come entità separata, sebbene
essa stessa sia soltanto un oggetto con il noumeno come solo soggetto.
Così si crea la pseudo-entità che si suppone sia nata, viva e muoia. Si
presume che questa pseudo-entità abbia una capacità indipendente di scelta
e decisione e, implicitamente, anche la responsabilità per tutto quello
che accadrà nel funzionamento del mondo manifesto, cioè, la sofferenza in
questo mondo, i previsti peccati, i meriti e la conseguente “schiavitù”
con il bisogno di “liberazione”. È chiara ora la posizione? Ciò-che-siamo
si identifica erroneamente nella relatività con ciò-che-non-siamo, essendo
quest’ultima la pseudo-entità. La “schiavitù” sorge da questa
identificazione. È questa pseudo-entità che soffre il senso di colpa, la
schiavitù, e cerca la liberazione. “Io” non posso soffrire perché 1’“Io” non è equipaggiato
con nessuno strumento per mezzo del quale la sensazione possa essere
sperimentata. Qualunque esperienza, piacevole o spiacevole, potrebbe
essere sperimentata soltanto dall’oggetto fantasma chiamato “me”, al quale
è stata attribuita una erronea identità. Ora, finalmente, puoi comprendere
ciò che accade nel caso del Jnani. Il Jnani ha percepito l’illusione
basilare dell’universo manifesto, così come pure il suo apparente ruolo
come fenomeno, nello spontaneo funzionamento della manifestazione.
Egli si è adattato armoniosamente a qualunque cosa possa accadere al
fenomeno mentre attraversa il viaggio della vita e dopo di ciò “ritorna a
casa”. Sembra che viva la sua vita come qualunque altro uomo, ma
l’importante differenza è che egli si è disidentificato dalla
pseudo-entità e, perciò, non sperimenta la sofferenza. Nel caso della
persona ignorante, la pseudo-entità (un’illusione) continua ad
attraversare il mondo di sogno che è la manifestazione come un’entità indipendente
con volizione apparente. E soffre perché si coinvolge nella nozione
della causalità, conosciuta come Karma, incluso il concetto della
rinascita. L’Assoluto Noumeno si manifesta attraverso milioni di forme
che vengono create e distrutte in ogni momento e in questo funzionamento
spontaneo non c’è posto per nessuna nozione di entità. Perciò, qualunque
azione, positiva o negativa, basata sulla nozione di una entità autonoma,
indipendente, implica un fallimento fondamentale nell’afferrare le basi
essenziali dell’Advaita. Sino a che c’è una pseudo-entità che si
considera un cercatore ed opera verso la “liberazione” continuerà a
rimanere in “schiavitù”. Si deve percepire profondamente, intuitivamente,
che il cercatore è il cercato. Quando questo accade, il cercatore
scompare.
- Se una persona
comprende ed accetta la sua vera identità al punto da essere un Jnani, non
arriverebbe alla conclusione che tutti i fenomeni, tutti gli esseri
senzienti, incluso se stesso come fenomeno, non sono null’altro che
immagini concettuali nella mente, immaginarie come quelle di un sogno? Il
colpevole è la coscienza, la sorgente di tutta la concettualizzazione. Il
problema è stato creato nella coscienza e conosciuto nella coscienza e che
è questa coscienza stessa che sta cercando di comprendere la propria
natura. Non è la tua coscienza stessa su cui appaiono i pensieri? E,
come abbiamo visto, la coscienza o presenza è vincolata dal tempo assieme
al corpo. Qualunque cosa avviene è parte del funzionamento generale nella
coscienza e nessun oggetto fenomenico (che è in effetti semplicemente
un’apparizione nella coscienza di qualcun’altro) può avere alcuna
indipendenza di esistenza o volizione nell’azione. tutto il funzionamento
è al livello dello spazio fisico concettuale (Mahadakash), che è contenuto
in un granello concettuale di coscienza, lo spazio mentale del tempo,
della percezione e della cognizione (Chidakash).
- Come puoi “tu” o
chiunque altro avere coscienza? Realizzi l’inimmaginabile grandezza, la
santità di ciò che tu così casualmente chiami “coscienza”? Dalle il nome
che vuoi, la parola non è ciò che significa. Come puoi mai dimenticare la
verità basilare che la coscienza è l’espressione stessa di ciò-che-siamo? È
attraverso il vibrare della coscienza che l’Assoluto immanifesto diventa
consapevole della sua consapevolezza attraverso la manifestazione; e
l’intero universo viene in esistenza.
- La coscienza in
azione, cioè il fenomeno, viene vista come lo strumento perituro
attraverso il quale avviene la manifestazione, sebbene naturalmente, la
manifestazione non sia differente dal noumeno ma soltanto l’aspetto
oggettivo del noumeno, il solo soggetto. Questo ci porta a chiederci
perché la coscienza sia definita “vincolata dal tempo”. La risposta è che
la Coscienza ha bisogno di una forma fisica per manifestarsi e la
coscienza manifestata in quella forma può durare soltanto sino a che dura
la forma fisica. La forma fisica è fatta ed è sostenuta e nutrita dal
cibo, che è soltanto l’essenza dei cinque elementi (il mischiarsi dei
fluidi vitali dei genitori, che causa il concepimento nel grembo
femminile, è in se stesso l’essenza del cibo consumato dai genitori).
Quando la forma fisica “muore”, il respiro abbandona il corpo e si mischia
con l’aria esterna, mentre la coscienza lascia il corpo e si fonde con la
coscienza immanifesta. La coscienza all’interno del corpo è perciò
limitata nella sua manifestazione in ciascun caso, dalla durata della vita
che ciascuna forma fisica avrà e perciò, è vincolata nel tempo.
- Aggrappati a
colui che sta cercando. Questo è
tutto quello che c’è da fare e, in effetti, non c’è null’altro che tu
possa fare. Se fai questo - cioè se non lasci che colui che cerca ti
sfugga mai - alla fine scoprirai che il cercatore non è null’altro che
la coscienza che cerca la sua sorgente e che il cercatore stesso è sia la
ricerca che il cercato e che questo sei tu.
Mente -
Ego - Personalità – Identificazione
Tu non sei la
mente, che non è null’altro se non il contenuto della coscienza…
La mente per
la sua stessa natura è orientata all’esterno, sempre a cercare la sorgente
delle cose all’interno delle cose stesse…
- La persona che uno
pensa di essere, è soltanto un prodotto dell’immaginazione e il sé è la
vittima di questa illusione. La “persona” non può esistere di per sé. È il
sé, la coscienza, che erroneamente crede ci sia una persona ed è conscio
di esserlo.
- Che cosa siamo
“realmente”? Consideriamo come
“reale" qualunque cosa che sia percepibile ai sensi e tuttavia ogni
“cosa” immaginabile che sia percepibile a livello sensoriale, deve passare
attraverso una interpretazione da parte della mente, prima di essere
conosciuta. E qualunque cosa così conosciuta è ovviamente soltanto un’apparizione
nella coscienza di colui che conosce. Se qualunque cosa percepibile a
livello sensoriale è soltanto un’apparizione, dov’è allora la realtà della
forma fisica che sembra così “reale” e tangibile?
- Siamo così abituati
a pensare a noi stessi come a corpi aventi coscienza, che troviamo molto
difficile accettare o persino comprendere la vera posizione. In effetti è
la coscienza che si manifesta in innumerevoli corpi. È perciò
essenziale arrivare a percepire che la nascita e la morte non sono altro
che l’inizio e la fine di un flusso di movimenti nella coscienza,
interpretati come eventi nello spazio-tempo.
- La gente, al giorno
d’oggi, è così schiava delle attività grossolane della vita che
difficilmente ha il tempo di osservarsi criticamente. Si sveglia alla
mattina e immediatamente comincia a pianificare le attività della
giornata. Per le persone l’attività è una virtù ed il pensiero
contemplativo è qualcosa che non ha senso.
- Quello che tu in
realtà vuoi, è raggiungere una comprensione accettabile del tuo sé (che tu
sei stato condizionato a considerare come un’entità corpo-mente con
completo controllo sulle sue azioni) e della tua relazione con il mondo in
cui vivi, tu da una parte ed il mondo dall’altra.
- È soltanto quando
usate la mente divisa che esistete separati dagli “altri” e dal mondo. Lo
scopo di qualunque sforzo è di ottenere qualcosa, qualche beneficio che
uno non possiede.
- La personalità viene
ad essere, semplicemente a causa della memoria - identificando il presente
con il passato e proiettandolo nel futuro. Pensa a te stesso come
momentaneo, senza un passato o un futuro, allora dov’è la personalità?
- La solida
personalità che ti ritieni essere non è null’altro che un’apparizione
nella coscienza. Ciò che è peggio è che l’interpretazione cambierà e ha
continuato a cambiare di tanto in tanto. Qualunque pensiero su te stesso,
che sia tuo o di qualcun’altro, è soltanto un movimento nella coscienza,
soltanto una temporanea immagine mentale. Questo è tutto ciò che sei. Ma
questo sei realmente tu? Soltanto un’immagine mentale? Esiste realmente
un’immagine con cui uno possa identificarsi come se fosse un’entità
immutabile, indipendente, autonoma, con scelta di azione?
- I concetti sorgono
dai pensieri e tutti questi insieme formano un fardello conosciuto come
mente. Il pensare significa “concettualizzare”, creare oggetti nella mente
e questa è “schiavitù”.
- Sino a che c’è una
presunta entità autonoma, che cerca di comprendere in modo volitivo, la
vera comprensione e fuori portata. Qualunque entità “indipendente”
determina una mente condizionata, piena di concetti, che fa resistenza
all’entrata di qualunque cosa io voglia impartire.
- Non appena sorge il
pensiero io sono, la “mente” (che non è null’altro che il contenuto della
coscienza) inizia il processo dell’oggettivare; può farlo soltanto
attraverso il concetto della dualità, una separazione razionale in soggetto
ed oggetto, in controparti collegate e contrastanti come piacere e dolore.
- Tu pensi di essere
il corpo e che il corpo abbia la coscienza. Se devi considerare la
questione in termini di uno che possiede l’altro, sicuramente è la
coscienza che è in possesso non soltanto del corpo, che tu pensi di
essere, ma dei milioni di altri corpi attraverso i quali la coscienza
funziona come Prajna (pura consapevolezza).
- Questa esistenza o
coscienza erroneamente si identifica con la particolare forma che ha
assunto. In altre parole, ciò che è realmente senza forma, la conoscenza
"io sono", il semplice senso di esistenza (non di essere questo
o quello ma la coscienza in generale), si limita ad una sola particolare
forma e con ciò accetta la sua propria "nascita", dopo di che
vive nella costante ombra del terrore della "morte'. Così nasce la
nozione di una personalità individuale o identità, o ego.
- Che cosa esattamente
pensi di essere? Qual è l’immagine di te stesso dieci anni fa? La stessa
di ora? E di quando avevi dieci anni? E di quando eri un infante? E
persino prima di quello? L’immagine di te stesso non è forse cambiata
costantemente?
- Ti sei identificato
con il corpo, l’apparato psicosomatico attraverso il quale viene sofferta
un’esperienza, lo strumento in cui viene registrata l’esperienza sofferta.
Tu hai perduto la tua identità come pura soggettività, l’Assoluto che
realmente sei, e ti sei erroneamente identificato con il “me” oggettivo;
perciò dici “io soffro” e perciò sei “vincolato” .
- Che cos’è lo
sperimentare? Non è forse reagire ad uno stimolo esterno che viene
interpretato dai sensi come un’esperienza piacevole ed accettabile o
spiacevole e non accettabile? Non si sperimenta la sofferenza, si soffre
un’esperienza, piacevole o spiacevole. Ora, la questione fondamentale alla
quale dovresti essere interessato è: Chi (o, più appropriatamente cosa)
soffre un’esperienza? Lascia che te lo dica direttamente: “Io” non soffro
(non posso) alcuna esperienza, piacevole o spiacevole; è soltanto un
"tu” o un “me” che soffre un’esperienza.
- La nostra idea di
“vivere le nostre vite” è uno scherzo, perché l’idea del vivere le nostre
vite è basata sul credo erroneo che ciò che facciamo siano tutti atti
di nostra scelta. Chi può esercitare questa volizione quando abbiamo
appena percepito che non c’è entità ad esercitarla? Il “vivere” in quanto
tale, in realtà, non è null’altro che il funzionamento della coscienza
attraverso i milioni di forme fisiche scambiate per vite individuali. Questa
fondamentale percezione comporta la comprensione che la vita è soltanto un
sogno-vivente. A questo stadio, dovrebbe essere chiaro che qualunque cosa
uno vede, ascolta, gusta, odora o tocca, è percepita a livello sensoriale
e che questa percezione è, in effetti, semplicemente una cognizione nella
coscienza; che l’entità, i cui sensi l’hanno percepita, è in se stessa
soltanto un’apparizione nella coscienza dell’“altro” che percepisce questa
entità come un oggetto!
- Che cosa dà la
capacità senziente - la capacità di provare sensazioni, di rispondere agli
stimoli - ad un essere senziente? Cos’è che distingue una persona viva da
una morta? È, naturalmente, il senso di esistere, sapere di essere
presenti, la coscienza, lo spirito che anima la struttura fisica del
corpo. In effetti è la coscienza che si manifesta in forme individuali
e dà loro un'esistenza apparente. Negli esseri umani, attraverso tale
manifestazione, sorge il concetto di un “io” separato.
- Scopri cos’è che dà
la facoltà di percepire a un essere senziente, quello senza il quale non
sapresti nemmeno che esisti tu, per non parlare del mondo esterno. E alla
fine, va ancora più nel profondo ed esamina se questa esistenza, questa
stessa coscienza non è limitata nel tempo.
- Non essere
semplicemente il corpo ma qualcos'altro, quel qualcosa deve essere la
conoscenza "io sono", il senso di esistere. Devi dimorare
continuamente con questa conoscenza "io sono". torna indietro alla sorgente della tua
esistenza.
- Sviluppate
l’abitudine di pensare e parlare in modo passivo. Invece di “io vedo
qualcosa” o “io odo qualcosa”, perché non pensare al participio passato:
“qualcosa è visto” o “qualcosa è udito”? La percezione allora non sarà
sulla base di un’azione dell’entità fenomenica, ma sulla base di un
evento, di un‘occorrenza. A tempo debito, la pseudo-entità “io” si
ritirerà nello sfondo.
- Prima di andare a
dormire alla sera, dedicate circa dieci minuti a sedervi rilassando il
corpo e la mente, con la consapevolezza che “voi” non siete il corpo-mente
ma la coscienza che anima, cosicché questa idea impregnerà il vostro
essere durante tutto il tempo del sonno.
- I pensieri conducono
sempre all’identificazione o alla condanna; sono prodotti di nozioni
preconcetto e ostacolano la via della reale comprensione. Qualunque cosa i
sensi percepiscano e la mente interpreti è un’apparizione nella coscienza
estesa nello spazio-tempo e oggettivata, in un mondo che il soggetto che
conosce (cioè voi) considera come separato da se stesso. Qui sta l’errore:
in questo processo la percezione non è totale. Ciò che è necessario è il
vedere integrale, vedere non con la mente individuale che è una mente
divisa, ma vedere dall’interno, dalla sorgente - vedere non dalla
manifestazione come un fenomeno ma dalla sorgente di ogni vedere. Allora,
soltanto allora, ci sarà totale percezione e corretto vedere ed apprendere.
- Quando la mente, che
è il contenuto della coscienza, è vuota - quando “digiuna” o riposa - il
filare ed il tessere della mente cessa, ed essa si calma. Quando la mente
smette di “fare”, essa semplicemente è. In assenza di oggettivazione, la
nostra presenza assoluta è, l’universo manifesto non è, noi siamo. o,
piuttosto, “io sono”.
- Il contatto della
persona individuale con la consapevolezza dell’Assoluto può avvenire
soltanto quando la mente, per così dire, “sta digiunando”, perché allora
il processo della concettualizzazione cessa. Quando la mente è quieta
riflette la Realtà; quando la mente è assolutamente senza moto si dissolve
e rimane soltanto la Realtà.
- C'è bisogno di un
vedere molto speciale, il vedere intuitivo, tramite il quale viene
percepito che non c’è nessuno a vedere e non c’è nulla da vedere!
- In quello stato di
ascolto intuitivo, quando l’ascoltatore non si intrometterà più, le parole
libereranno ed esporranno il loro significato sottile, interiore, che la
mente in “digiuno” o aperta, afferrerà e percepirà con convinzione
profonda e immediata. E allora persino le parole avranno raggiunto la loro
realizzazione limitata! Quando l’ascoltatore rimane in uno stato di
sospensione senza intromettersi nell’ascolto in quanto tale, ciò che in
effetti accade è che la mente relativa, divisa, viene automaticamente
frenata dalla sua naturale propensione ad impegnarsi in una tortuosa
interpretazione delle parole e le viene perciò impedito di mantenere un
continuo processo di oggettivazione. Allora è la mente totale che viene
messa in grado di essere in diretta comunione con l’esposizione e
l’ascolto in quanto tali permettendo così lo Yoga delle parole,
permettendo ad esse di cedere il loro significato più interiore e più
sottile. Ciò che è spontaneo è corretto, perché, in assenza di
concettualizzazione, ciò che è spontaneo è naturale e perciò corretto
senza alcun ragionamento, paragone o causa-effetto.
- Come fa a sorgere o
ad aver luogo questa percezione intuitiva? Ma questo è esattamente il
punto. Se il processo avvenisse all’interno dei parametri di comprensione
intellettuale, come potrebbe essere “intuitivo”? L’intelletto è necessario
per comprendere certi concetti fondamentali, ma c’è un limite oltre al
quale non può andare e perciò è soltanto quando l’intelletto abbandona
ogni sforzo e si arrende totalmente, che l’intuizione sopraggiunge.
- L’intelletto è
certamente essenziale per assimilare e valutare la conoscenza mondana e,
naturalmente, è necessario fino ad un certo punto anche per la conoscenza
spirituale. Ma poi, ciò che è necessario non è il semplice intelletto, ma una
capacità intuitiva innata che è un dono che alcune persone hanno in
misura maggiore di altre. Devi liberarti di questa intossicazione ed
abbandonarti al processo intuitivo della pura ricettività. Il tipo
di ricettività alla quale mi riferisco si ottiene quando non soltanto non
c’è un reagire allo stimolo, ma soprattutto c’è un’apertura alla coscienza
senza l’intrusione di inclinazioni personali e di opinioni prestabilite;
in breve, senza l’intrusione della individualità. In effetti, ciò
che viene detto, viene detto non da me come individuo ma dalla coscienza,
che non ha forma. Anche l’ascolto deve essere fatto dalla coscienza senza
l’intrusione di un individuo immaginario. Che la coscienza ascolti ciò che
la coscienza dice della coscienza! Ricorda che tutti i pensieri sono
movimenti nella coscienza, osservati e percepiti dalla coscienza;
l’individuo non ha posto in questo funzionamento eccetto che come una mera
apparizione nella coscienza!
- Evitando il pensiero
e percependo le cose direttamente, viene evitato il concettualizzare. In
altre parole, nel vedere con la mente totale, intuitivamente, il veggente
apparente scompare e il vedere diventa il visto.
- Non tutto il pensare
significa concettualizzare. C’è in effetti una grande differenza tra
pensieri e pensieri. Pensieri che formano il sognare ad occhi aperti, o i
pensieri di rimpianto sugli eventi passati, o i pensieri di paura o
preoccupazione o anticipazione sul futuro, sono sicuramente molto
differenti dai pensieri che originano spontaneamente dalla profondità
della propria psiche, che si potrebbero chiamare pensieri che non
necessitano di argomentazioni ed interpretazioni da parte della mente. I
primi devono essere ignorati ed evitati; i secondi non possono essere
ignorati o evitati perché sono essenzialmente spontanei, immediati e
basilarmente non-concettuali. Il primo pensiero “io sono” è
sicuramente un pensiero, ma uno di quelli che non necessitano di
argomentazione o conferma da parte della mente. In effetti, in quanto base
di ogni ulteriore pensiero, è il pensiero pre-concettuale, la sorgente
stessa della mente. Il pensiero diretto o assoluto è il processo per
mezzo del quale l’Assoluto non-manifesto si manifesta. Nessun pensiero
spontaneo, non-duale, intuitivo, può sorgere sino a che la tempesta del
pensiero concettuale non è cessata e la mente riposa in uno stato di
“digiuno”.
- Liberarsi del
pensiero concettuale significa liberazione, risveglio, che non può essere
altrimenti “conseguito” o “ottenuto” da nessuno. L’illuminazione non è
una “cosa” che può essere acquisita da qualcuno in qualche tempo o in
qualche luogo.
- Se non c’è un
particolare tipo di ricettività, le parole realizzano soltanto uno scopo
molto limitato. Possono forse stimolare la vostra curiosità
intellettuale e il vostro desiderio di conoscenza, ma non si aprono a
rivelare il loro vero significato. Bene, cos’è questo tipo speciale di
ricettività? Significherebbe qualche cosa per voi se io dicessi che “voi”
siete venuti qui ad ascoltarmi ma dovete ascoltarmi sulla base che questo
“voi” è totalmente illusorio, che in realtà non ci sono dei “voi” che
possono ascoltare le mie parole e ottenere dei benefici? In effetti, devo
arrivare al punto di affermare che a meno che non abbandoniate il vostro
ruolo di ascoltatore individuale che si aspetta qualche beneficio da
ciò che ascolta, le parole per voi resteranno semplici suoni vuoti.
- Le parole sorgono
dalla coscienza e vengono rivolte alla coscienza. È la coscienza che
dovrebbe ascoltare le parole e dopo che il significato viene afferrato
intuitivamente, alle parole dovrebbe essere permesso di fondersi nella
coscienza. Se l’ascolto avviene da parte un “individuo” che ha intenzione
di ottenere qualche beneficio, con l’aiuto dell’intelletto, tutto sarà
perduto. In effetti, è esattamente l’interferenza dell’intelletto che
dovrebbe essere evitata. Come è stato chiarito in precedenza, ciò che deve
essere percepito è il vuoto della pseudo-entità. Sino a che è un’entità
che ascolta le parole, come possono le parole raggiungere persino lo scopo
limitato di indicare la giusta direzione, essendo la giusta direzione
lontana dalla fenomenalità, che è la sorgente sia dell’entità che delle
parole stesse?
- Le parole possono
mostrare il loro profondo e sottile significato soltanto se vengono accettate
intuitivamente, senza l’interferenza interpretativa dell’intelletto;
altrimenti il risultato sarà una semplice comprensione intellettuale del
mondo “esterno”, da parte di un’entità che si considera separata da ciò
che comprende essere illusorio.
- Ciò che
classificherei con la parola “silenzio” è la totale assenza di parole e
pensieri. Hai mai considerato da dove viene la parola? Prima che una
parola venga espressa deve essere un pensiero; un movimento nella
coscienza e, perciò, la sorgente della parola, così come pure del
pensiero, è la coscienza. Una volta che comprendi questo, comprendi anche
che il perfetto silenzio può esserci soltanto in assenza di pensiero;
soltanto quando il pensiero cessa e sono sospese anche la
concettualizzazione e l’oggettivazione. Quando la concettualizzazione
cessa, l’identità, che è la base della concettualizzazione, non può
rimanere, e senza l’identità non c’è schiavitù.
- L’ostruzione che
impedisce la percezione è il fatto che, sebbene voi vi prepariate ad
accettare la tesi che ogni cosa dell’universo è illusoria, in questa
illusorietà voi dimenticate di includere voi stessi. L’ascoltatore non
dimentichi di essere la coscienza impersonale e non l’apparato fisico in
cui la coscienza si è manifestata. Deve ascoltare sulla base dei
diretto percepire, senza alcun intervento da parte dell’individuo
concettuale.
- La persona che pensa
di stare ascoltando è illusoria e tuttavia nessuno crede di non esistere!
non c’è né un oratore, né un ascoltatore. non c’è entità che può affermare
di non esistere. Se un’entità asserisse di non esistere, questa stessa
asserzione ne proverebbe l’esistenza! Comunque, il punto più importante
che non è così facile da afferrare, è che la sorgente di questa presenza
fenomenica (che è la manifestazione dell’immanifesto) è assenza di
noumeno. Ogni volta che la mente è in “digiuno”, completamente senza
concettualizzazione, c’è l’assenza fenomenica e questa presenza
dell’assenza fenomenica è noumenica.
- Anche se le persone
possono essere entità fittizie, nulla di più che semplici apparizioni
nella coscienza, come possiamo vivere nel mondo a meno che non accettiamo
le differenti entità come “reali” nella vita? In effetti è che tu sai che
l’entità in quanto tale è totalmente fittizia e non ha indipendenza sua
propria; che è soltanto un concetto. Ma questa entità fittizia deve
vivere la sua vita normale. Dov’è il problema? È così difficile
condurre una vita normale sapendo che il vivere stesso è un concetto?
Hai afferrato il punto? Una volta che hai visto il falso come falso, una
volta che hai visto la natura duale di ciò che chiami “vita” - che in
effetti è il vivere - il resto dovrebbe essere semplice; semplice quanto
la condizione di un attore che recita il suo ruolo con zelo, sapendo che è
soltanto un ruolo in una commedia e nulla di più. Riconoscere questo fatto
con convinzione, percepire questa posizione, è tutta la verità.
- Una volta che hai
compreso che c’è un luogo separato, il bagno, per scopi specifici,
useresti il salotto o la stanza per quegli scopi? Una volta che c’è una
percezione inequivocabile della vera natura, una volta che vedi
chiaramente il falso come falso, dov’è la necessità di dover decidere
la proprietà o meno di un’azione? Chi prenderà la decisione? Forse che
si ha la possibilità di una scelta indipendente nel prendere la decisione?
C’è realmente una scelta? Una volta che si è percepito che non c’è entità
con indipendenza di azione, il “vivere” che ne seguirebbe non sarebbe forse
totalmente non-volitivo? In altre parole, la percezione stessa non
condurrebbe all’abbandono - o meglio - ad una spontanea cessazione del concetto
stesso dell’attività volitiva? Uno può pensare di vivere; in effetti,
uno viene soltanto “vissuto”.
- Qual è la base di
qualunque azione? La necessità. Tu mangi perché c’è la necessità di fare
ciò; il tuo corpo evacua perché c’è la necessità di ciò. Tu mi fai visita
a causa della necessità di farlo e di ascoltare ciò che dico. Quando c’è
la necessità, l’azione segue spontaneamente senza alcun intervento da
parte di qualsiasi agente. Chi sente la necessità? La coscienza,
naturalmente, sente la necessità attraverso il mezzo dell’apparato
psicosomatico. Se tu pensi di essere questo apparato, non è un caso di
identificazione errata, che fa assumere il fardello della schiavitù e
cercare la liberazione? Ma in realtà colui che si interroga, il
cercatore, è il cercato!
- Come fare dunque a
vivere in questo mondo di sogno ed allo stesso tempo portare avanti i
propri affari e guadagnarsi da vivere? Se tutti adottano questa attitudine
“fatalistica”, nessuno lavorerà o farà alcun progresso? Provalo
effettivamente e vedi se la Natura funziona in quel modo. Quanto puoi
sedere immobile senza fare nulla - dieci minuti? Questo è il punto in cui
la struttura fisica e mentale di ciascun apparato psicosomatico entra in
gioco; lavorerà secondo il modo in cui è costruito, sia in campo materiale
che in quello spirituale.
- Può un uomo,
onestamente, permettersi di spendere il suo tempo assorbito in meditazione
sul sé, ad esclusione dei molti problemi sociali e politici dei paese e
del mondo? Il “mondo” (nel quale devono essere risolti i problemi) è
soltanto un’apparizione, Noi siamo, relativamente, esseri senzienti e
vogliamo “fare” qualcosa per risolvere i problemi del mondo. È possibile
per un essere senziente che è esso stesso concettuale, fare qualcosa di
diverso dal concettuale?
- Quando percepisci
che qualunque cosa pensi di essere è basata soltanto sulla memoria e
sull’anticipazione, la ricerca termina e tu ti ergi in piena
consapevolezza del falso come falso. Non è il pensare stesso una nozione
della mente? Nel vedere le cose intuitivamente il pensiero è assente.
Quando pensi di comprendere, non comprendi. Quando percepisci
direttamente, non c’è pensiero. Tu sai” di essere vivo. Non “pensi” che
sei vivo. Quando dici “penso di capire”, è tutto sbagliato. Quando
dici “non capisco”, ciò è assolutamente vero.
- Può sorgere qualche
domanda che non abbia al suo centro un “voi” o un “me” come individuo, che
vede o non vede, comprende o non comprende, che fa o non fa? C’è sempre un
“me” coinvolto. A livello intellettuale non ci sarà mai fine alle domande.
Le tue continue domande e le mie continue risposte entrambe si limiteranno
a essere un passatempo! In effetti, non c’è null’altro da fare poiché non
c’è “scopo” in quel che è visto come l’Universo; è tutto un Lila (un
gioco) e noi ne facciamo parte. Ma dobbiamo comprenderlo. Potete porre
domande su ciò che è stato detto ma fatelo senza identificarvi con il
corpo. Un essere realizzato, un Jnani, non avrebbe affatto domande!
- Quando parli di una
persona ignorante e di un Jnani e della necessità per una persona
ignorante di diventare un Jnani, non dai per scontato che ci sia un
individuo indipendente ed autonomo, capace di esercitare una volizione
personale secondo la sua scelta e la sua decisione? Nel processo in cui
l’universo fenomenico viene a manifestarsi, c’è spazio per queste entità
indipendenti?
- Il pensare di essere
un’entità che deve raggiungere qualcosa, al fine di diventare come
l’entità che pensate io sia! Questo è il pensiero che costituisce la
“schiavitù”, l’identificazione con un’entità e nulla, assolutamente nulla
al di fuori della disidentificazione porterà la “liberazione”. Come ho
detto, voi vi vedete e mi vedete come entità, entità separate; io vi vedo
esattamente come vedo me stesso. Voi siete ciò che io sono, ma vi siete
identificati con ciò che pensate di essere - un oggetto - e cercate la
liberazione per quell’oggetto. Non è un enorme scherzo? Può un oggetto
avere esistenza indipendente e volizione ed azione? Può un oggetto essere
schiavo? E liberato?
- Dovete cessare di
pensare e parlare come se foste oggetti fenomenici. Vi ho detto che non
siete oggetti fenomenici, bensì la coscienza stessa, la coscienza animante
che fornisce capacità senziente agli esseri.
- Se uno vede -
percepisce - le cose così come sono, se percepisce la totale
manifestazione con l’intera mente e non con la mente dicotomizzata di un
individuo, allora non è lontano dal grande risveglio e qualunque cosa
faccia non ha importanza. Sino a che rimane l’idea di un’entità separata
con facoltà di azione indipendente, l’esperienza mistica dell’universo
come illusione non può avvenire. Perciò, dobbiamo accettare il fatto
che non ci fu mai, mai avrebbe potuto esserci, un’entità separata
vincolata e da liberare.
- Il problema è che tu
ti consideri un’entità individuale con forma fisica e consideri anche il
Guru come un’altra entità individuale con un’altra forma, sebbene con
qualche cosa nella sua testa o nel suo cuore, da qualche parte, che fa di
lui una persona “illuminata”, ma pur sempre una “persona”. Questo è il
vero errore. Il Guru, comunque, ha realizzato di essere la Realtà Ultima.
Egli vede ogni essere come vede se stesso, cioè non come una
“persona", non come una semplice “forma”, o “cosa”. L’altro errore è
che il cercatore, il discepolo come entità, si aspetta di imparare e
comprendere “qualcosa”. Ma come può un oggetto meramente concettuale
comprendere qualche cosa? Ciò che in effetti accade è che la comprensione,
come tale, fa scomparire il cercatore (il Sadhaka). L’individualità del
cercatore gradualmente scompare, ma, nel processo, la grazia del Guru che
è sempre splendente come il sole, diventa una cosa sola con la coscienza.
Non appena l’identificazione con il corpo, come entità separata, viene
perduta, la grazia del Guru sboccerà nella coscienza del discepolo. E
allora egli realizzerà che il Guru non è null’altro che la coscienza
interiore e che sarà la coscienza che, compiaciuta della fede ed amore del
discepolo, agirà come Sadguru e dischiuderà tutta la conoscenza
necessaria. Comunque, non ci può essere alcun progresso (sebbene il
“progresso” stesso sia un concetto erroneo) se continui a considerarti
un’entità e ad aspettarti che il Guru, come un’altra entità, ti dia
qualche compito da fare e che quando questo è adeguatamente completato ti
consegni una sorta di certificato, o altro, chiamato “liberazione”. Questo
intero concetto è un fraintendimento. Devi realizzare il vero significato
dei Guru e della sua grazia, prima che l’onnipresente grazia del Guru
possa spontaneamente e naturalmente fluire verso di te.
- Lo sviluppo
spirituale, in ciascun caso, dipendendo dalla struttura di ogni psiche, avviene
spontaneamente e qualunque sforzo deliberato, da parte della
pseudo-identità, creerebbe soltanto pericoli ed ostruzioni. Quando questo
fatto è costantemente tenuto a mente, uno automaticamente si tiene lontano
dal più grande pericolo spirituale, cioè, l’impennarsi dell’ego. In
assenza di un fermo ancoraggio della mente nella non-esistenza di una
entità indipendente, gli aspiranti, sia che seguano il sentiero di Jnana
che quello della Bhakti, comincerebbero a ritenersi, forse
involontariamente, persone privilegiate, superiori non soltanto a coloro
che nella loro opinione sono gli individui medi fuorviati, ma anche nei
confronti di chiunque altro.
- Nel mondo ci sono
milioni di esseri umani, ogni psiche incline per temperamento verso quello
che la sua composizione fisica (la particolare combinazione di ognuno dei
cinque elementi e dei tre attributi di Sattva, Rajas e Tamas) indica. Se
questo viene tenuto a mente, apprezzeremo prontamente le attitudini,
grandemente diverse, delle persone desiderose di conoscere la loro vera
natura. Ci sono alcune psiche che sono come del legno secco o della
polvere da sparo: non hanno bisogno d’altro che di una scintilla del fuoco
della conoscenza che viene dalle labbra del Guru, per accendersi. Mentre
ce ne sono altre, così bagnate da non essere in grado di rispondere
sveltamente nemmeno ad un fuoco divampante e, naturalmente, tra questi
estremi esiste la totalità della popolazione del mondo.
- La mente non può
essere usata per trascendere la mente. L'occhio non può vedere se stesso;
il gusto non può gustare se stesso; il suono non può udire se stesso.
Quando la mente viene diretta verso la sorgente interiore, è quasi come
l’inizio di una nuova vita. La consapevolezza rimpiazza la coscienza. L’
“Io sono”, che è un pensiero nella coscienza, cessa. Nella Consapevolezza
non c’è pensiero. La Consapevolezza è la sorgente della coscienza.
- La meditazione non è
qualcosa di cui uno si può occupare come un esperimento o un divertimento,
semplicemente per vedere ciò che accade. Una certa preparazione
preliminare per essa è necessaria. non c’è potere più grande della
coscienza; se uno gioca con essa è impossibile prevederne le conseguenze.
E se la psiche non e preparata a fronteggiare queste conseguenze, ci
potrebbero essere seri disturbi a livello di corpo-mente per la semplice
ragione che in precedenza non c’era stata una preparazione per la
disidentificazione dal corpo.
Lo
Spazio-Tempo
- Poiché è nella
coscienza che appare l’intero mondo fenomenico, ne consegue
necessariamente che tutta la manifestazione diverrà percepibile a livello
sensoriale soltanto se questa coscienza viene estesa nello spazio e per
una certa durata di tempo. Uno deve, perciò, necessariamente accettare
l’esistenza, puramente concettuale, dell’apparato psichico dello
spazio-tempo come pre-requisito per la percezione dell’universo manifesto.
Questo ci conduce alla conclusione che senza il concetto dello
spazio-tempo l’universo manifesto non sarebbe percepibile a livello
sensoriale e, perciò, tutti gli eventi basati su causa ed effetto ed
estesi nello spazio-tempo devono essere anch’essi concettuali.
- Lo “spazio” è
l’aspetto statico del concetto di funzionamento: se non ci fosse lo
spazio, non potrebbe essere concepito nessun fenomeno tridimensionale. E
il “tempo” (durata) è l’aspetto attivo del concetto di funzionamento: se
non ci fosse durata, il fenomeno concepito nello spazio non sarebbe
percepibile. Non ci può essere né manifestazione né funzionamento (né
esseri umani né eventi) in assenza del concetto duale di spazio e tempo,
conosciuto come “spazio-tempo”; e questi due aspetti sono separati
soltanto come concetto, ma perdono la loro separazione quando cessa la
concettualizzazione.
- Lo spazio-tempo è la
struttura concettuale fondamentale, cornice senza la quale la
manifestazione del fenomeno non sarebbe possibile. Se non ci fosse il
concetto di “spazio” che costituisce il volume, potrebbe un oggetto
apparire a tre dimensioni? E senza un altro concetto, il “tempo”, potrebbe
venire percepita l’apparizione di un oggetto, cioè senza la durata in cui
l’oggetto possa essere conosciuto?
- Quindi, se la
cornice che noi chiamiamo “spazio-tempo” è essa stessa concettuale,
potrebbero gli oggetti apparsi in quella cornice concettuale di
spazio-tempo, come gli esseri umani, essere qualcosa di diverso da
fantasmi concettuali ed immaginari? Perciò, comprendi fermamente una
volta per tutte che nessun oggetto concettuale, sebbene confuso con
un’entità separata, può mai avere un’esistenza indipendente o una
personale volizione.
- Quando dici che vedi
un oggetto, quello che in realtà accade è che i tuoi sensi hanno reagito
ad uno stimolo proveniente da una sorgente esterna, esterna ai tuo
apparato corporeo. E ciò che i tuoi sensi hanno percepito e la tua mente
interpretato, non è null’altro che un’apparizione nella tua coscienza.
Questa apparizione nella tua coscienza è costruita come un evento, esteso
nello spazio e nella durata. Tutta la manifestazione dipende da una
combinazione dei due veicoli strettamente uniti, chiamati spazio e tempo.
In altre parole, in assenza della combinazione spazio-tempo, nessuna
manifestazione potrebbe sorgere nella coscienza.
- Saresti stato in
grado di concepire qualche aspetto del mondo manifesto se non ci fosse lo
“spazio-tempo”? Se i fenomeni non fossero estesi nello spazio, se non
avessero un “volume” tridimensionale e se essi non fossero misurati nella
durata, tu non avresti potuto concepire, e tanto meno percepire, nulla
dell’universo apparente. Per favore, nota che tutti i fenomeni sono
semplici apparizioni nello spazio-tempo, concepiti e percepiti nella
coscienza.
- La natura dello
spazio-tempo è in realtà incomprensibile, poiché supera i limiti della
mente e di tutta la conoscenza umana acquisita fino ad ora. L’elemento
spazio-tempo (la base della nozione del Karma causa-effetto e la
conseguente schiavitù) è essenzialmente soltanto un espediente per rendere
possibile la percezione sensoriale del fenomeno e perciò, non può essere
nulla di indipendente come un mezzo di schiavitù.
- Comprendi ciò che è
il tempo. A meno che tu non conosca la natura del tempo, non comprenderai
la natura dei fenomeni. Ciò che accade è che uno dà il tempo per
scontato e poi procede a costruire ogni sorta di concetti. Il tempo e
lo spazio avanzano parallelamente. Perché sei in grado di conoscere le
cose? Perché le vedi. Saresti in grado di vedere le cose se non avessero
forma? Vedi le cose perché hanno forma, volume, perché sono estese nello spazio.
Facciamo un passo avanti. Se le cose fossero viste nello spazio soltanto
per una frazione di secondo, saresti in grado di percepirle? Percepisci le
cose soltanto perché sono estese nello spazio per una certa durata (tempo)
e le forme rimangono a sufficienza davanti a te da metterti in grado di
percepirle. Se non ci fossero i concetti di tempo e spazio (il tempo e lo
spazio in se stessi ovviamente non sono oggetti), le “cose” non sarebbero
percepibili e non sarebbero “cose”. Se non ci fosse lo spazio-tempo
(niente passato, presente e futuro), come ci potrebbe essere qualche
fenomeno, qualche evento? Per favore cerca di comprendere che sia i
fenomeni che il tempo sono meramente concetti e non hanno esistenza
propria: qualunque cosa sia vista, o pensata, è semplicemente un’immagine
concepita nella coscienza, la presunta esistenza della quale è “reale”
come un sogno o un miraggio.
- C’è realmente un
passato-presente-futuro nel senso obiettivo? Il “passato” è andato senza
scampo ed il “futuro” potete conoscerlo soltanto quando è diventato
presente-passato, sbiadito nella forma di un ricordo. Durata significa
temporalità, che è la conditio sine
qua non di tutti i fenomeni, inclusi tutti i voi e i me. Cosi, ciò che
sembrate essere, ciò che siete condizionati a pensare di essere, ma non
siete, è temporale. Ma ciò che voi siete come Presenza Conscia (ed il
conoscitore di questa coscienza) è atemporalità. Il “passato” è soltanto
un ricordo ed il “futuro” soltanto una speranza. È solo il “presente”,
l’adesso, che significa qualcosa per noi, poiché presenza è ciò che
siamo in quanto temporalità. Voi siete il tempo. Ciò che
pensate di essere, è durata, tempo; ciò che soggettivamente siete, è al di
là del tempo. Vi sorprende il fatto che vi venga detto che quello che
pensate di essere è tempo? Come oggetto fenomenico, non siete forse tempo,
il fiume del tempo che fluisce dall’infanzia alla vecchiaia, dalla nascita
alla morte, dalla creazione alla distruzione, come qualunque altro
fenomeno manifesto? Ciò che pensate di essere (l’apparato psicosomatico) è
sempre in movimento, persino nel sogno, muovendosi verso la veglia, per la
semplice ragione che la coscienza, la natura della quale è movimento, non
vi lascerà stare fermi. Questo costante “fare” diventa il malfamato karma
soltanto a causa della identificazione con la forma fisica, a causa della
quale vi assumete la responsabilità per l’apparente azione e,
naturalmente, anche per le conseguenze. Ogni azione apparente si estende
nello spazio-tempo al fine di diventare percepibile nella manifestazione e
con ciò diventa un “evento”. L’intero mondo fenomenico rappresenta milioni
di voi. E la totalità di tutte queste azioni-eventi di tutti i voi,
rappresenta il mondo in azione. La parola “nascita” dovrebbe realmente
riferirsi al tempo perché se la durata non fosse nata (inseparabilmente
con lo “spazio”), la manifestazione e la percezione non avrebbero potuto avere
luogo. Voi pensate di essere nati, ma ciò che nacque fu la durata in
cui voi come oggetto siete diventati percepibili.
La
Dualità e gli opposti interdipendenti
- È soltanto nella
dualità che può avvenire la comunicazione. Le parole stesse espandono ulteriormente
la dicotomia.
- A livello relativo,
ogni cosa deve avere una controparte al fine di avere persino un’esistenza
concettuale (se non oggettiva), ma tutte queste controparti come la luce e
l’oscurità, la conoscenza e l’ignoranza, il bene e il male, eccetera,
eternamente separate nel concetto, diventano inseparabilmente unite
quando sovrimposte in mutua negazione.
- Il concetto della
dualità si allarga ed il condizionamento diventa più forte.
L’entità-soggetto separata allora si stabilisce come un arbitro che
analizza e critica vari oggetti e l’intero schema degli opposti
interdipendenti viene in esistenza - buono e cattivo, grande e piccolo,
lontano e vicino, fornendo materia per la condanna e l’approvazione. Il
substrato dell’intera creazione di questo universo fenomenico è
naturalmente il concetto di spazio-tempo. Lo spazio è necessario per
l’oggettivazione ed il tempo lo è per misurare la durata di questa
estensione nello spazio. Senza spazio, come potrebbero gli oggetti
ottenere forme per diventare visibili e senza il tempo (la durata
dell’apparizione) come potrebbero essere percepiti?
- Sicuramente devi
realizzare che il “bene” e il “male” sono semplici opposti
interdipendenti, manifestazioni essenziali nella dualità, apparizioni
nella coscienza, che recitano i loro rispettivi ruoli nel totale
funzionamento. Tutti i sentimenti e le emozioni (l’amore, la devozione,
eccetera) sono basati sulla dualità e sino a che questi sentimenti
continuano a dominare la propria visione, la dualità continuerà ad avere una
ferma presa e la reale santità, l’integrità, l’unicità, saranno fuori
portata. In effetti, nel credere ad un’entità e nell’identificarsi con
essa sta tutta la “schiavitù” che c’è e realizzare che non ci può essere
entità separata dal totale funzionamento di Prajna, è istantanea
liberazione.
- Il ragionamento
relativo è il processo di ragionamento per mezzo del quale un soggetto
crea nella sua coscienza oggetti con qualità opposte o caratteristiche che
possono essere comparate. In altre parole, il processo semplicemente non
può funzionare eccetto che sulla base di una dualità soggetto-oggetto.
Tale ragionamento relativo può essere efficace ed in effetti necessario
per descrivere oggetti per mezzo del paragone. Ma come può funzionare con
il soggettivo? Quello che concepisce il soggetto ovviamente non può
concepire se stesso come un oggetto! L’occhio può vedere ogni altra cosa
eccetto che se stesso!
- La comprensione
intellettuale (il ragionamento
relativo) è basata sulla causa e l’effetto, uno degli aspetti del dualismo
temporale su cui è basata la concettualizzazione. La comprensione
intuitiva - la comprensione diretta - d ’altra parte, è atemporale,
dove la causa e l’effetto sono uno. È la comprensione intellettuale che
conduce alla domanda: Se non c’è entità autonoma ad esercitare volizione,
come viene realizzato il vivere non-volitivo? Oppure: come dovrebbe vivere
ed agire uno nel mondo? Non importa ciò che fai se hai veramente capito
ciò di cui sto parlando. Diversamente, non importa nemmeno se non hai capito
ciò di cui sto parlando! Il punto è, ovviamente, che tutte le nostre
esperienze passate, se attentamente analizzate, mostrerebbero chiaramente
che le nostre vite, invece di essere vissute da noi, come pensiamo,
sono in effetti vissute attraverso noi, come tutti i caratteri nel
proprio sogno e che perciò la volizione in realtà non è un fattore
importante nelle nostre vite.
- È necessario portare
alla luce l’identità essenziale del non-manifesto e del manifesto, del
noumeno e del fenomeno, dell’Assoluto e del relativo, della presenza e
dell’assenza e di tutti gli opposti o controparti interdipendenti. Tutti
questi rappresentano i vari aspetti della mente (essendo la mente il
contenuto della coscienza) che costituiscono il dualismo che è alla base
di tutta la manifestazione: l’osservatore e l’osservato, il conoscitore ed
il conosciuto.
- Occorre comprendere
l’intera manifestazione e il suo funzionamento nella coscienza – ovvero che
ciò che noi siamo nella dualità è solo una mera apparizione, un Lila
(giuoco), come il riflesso del sole in una goccia di rugiada. La
demolizione del riflesso non influenza il sole. La coscienza in azione è
il “Lila”, vincolato nel tempo, che alla fine del suo designato periodo si
fonde nella Coscienza a riposo; la Consapevolezza infinita,
incondizionata, che non è consapevole di se stessa.
- Percepire l’identità
basilare degli opposti interdipendenti significa “liberazione”, perché
allora verrà realizzato che il cercatore stesso è il cercato, che
tutte le distinzioni esistono soltanto nella dualità e che se i vari
opposti interdipendenti vengono sovrimposti uno all’altro, causeranno la
loro distruzione e perciò la distruzione della condizione stessa della
dualità, rivelando così la fondamentale unità. È perciò necessario
ripetere qui che la coscienza è la manifestazione e che la manifestazione
è nella dualità, ma che questa dualità è creata all’interno della
unicità dell’Assoluto immanifesto (o Nuomeno). La totalità della
manifestazione non è qualcosa proiettato dalla coscienza quando vibra in
attività; i vari oggetti che costituiscono la manifestazione, non hanno
sostanza o natura propria al di fuori della coscienza che, essa stessa, è
il percepire e il conoscere i fenomeni. Il fatto è che tutta la
manifestazione, tutti i fenomeni, sono apparizioni nella coscienza,
percepiti dalla coscienza e conosciuti dalla coscienza, attraverso
l’interpretazione della mente.
- Gli opposti
concepiti fenomenicamente, Tempo ed Atemporalità, diventano uniti nella
mutua negazione del relativo, cioè, nella totalità, nell’intero. È questa
basilare, essenziale unità la vera prospettiva; perdendola, perdete anche
il vostro equilibrio cadendo nell’abisso di Maya (illusione). Qualunque
cosa possiamo pensare o dire dell’Assoluto Atemporale, può essere soltanto
concettuale, soltanto un’indicazione che non potrà mai rivelarci cos’è
l’atemporalità, perché questo è ciò che siamo. Tutto ciò che possiamo dire
è: Io sono qui ed ora, essendo “qui” nell’assenza di spazio ed
“ora” nell’assenza di tempo. Anche dire questo è forse dire troppo. Non è
il dire o l’udire che importa. Ciò che importa è l’istantanea percezione
del fatto.
Concettualizzazione
e oggettivazione
Nessuno è
nato; nessuno muore. Ciò che è nato è soltanto un concetto.
Nessuna
verità rimane verità nel momento in cui ottiene espressione. Diventa un
concetto!
- Quando la Coscienza
Impersonale si personalizzò per mezzo dell’identificazione con l’oggetto
senziente, pensando ad esso come “io”, l’effetto fu di trasformare 1’“io”, essenzialmente il
soggetto, in un oggetto. È questa oggettivazione della pura soggettività
(che limita l’illimitato potenziale), questa falsa identità che può essere
definita “schiavitù”. È da questo “considerarsi un’identità” che viene
cercata la libertà. La liberazione perciò non può essere null’altro che la
percezione o l’immediata comprensione del falso come falso, il vedere che
l’auto-identificazione è falsa. La liberazione e vedere che c’è soltanto
la coscienza che cerca la sorgente immanifesta della manifestazione, e non
il trovarla, perché il cercatore stesso è il cercato!
- Nella manifestazione
relativa, i fenomeni vengono concettualizzati nella coscienza come “me” e
ciascun oggetto, assumendo identità soggettiva, conosce gli altri oggetti
come “altri”, ma noumenicamente, c’è soltanto il soggettivo “io” senza
alcuna dualità.
- Nella
concettualizzazione, perché siano conoscibili, le apparizioni, gli
oggetti, devono avere ricevuto due nozioni senza le quali non potrebbero
essere percepibili a livello sensoriale; devono avere ottenuto forma o
volume nello spazio e durata nel tempo, al fine di poter essere conosciuti.
- Gli esseri umani
sono semplici forme concettuali, non più reali delle figure di un sogno.
Soltanto il corpo è soggetto alla nascita e alla morte e non il sé che non
solo è senza età, ma è al di là della morte e della nascita.
- Tutti noi
“esistiamo” soltanto come oggetti, come semplici apparizioni nella
coscienza che ci conosce. C’è realmente una prova che “noi” (che cerchiamo
la prova della Realtà) esistiamo in maniera diversa dagli oggetti di
cognizione nella mente di qualcun’altro? Quando cerchiamo la prova della
verità, ciò che stiamo cercando di fare equivale ad un’ombra che cerca la
prova della sostanza. Non è allora tutta l’esistenza puramente oggettiva
in quanto tu esisti soltanto nella mia coscienza ed io nella tua?
Ciò che chiamiamo la nostra esistenza è semplicemente nella mente di
qualcun’altro e, perciò, soltanto concettuale.
- Questo processo di
oggettivazione avviene necessariamente nella coscienza che è la sorgente
di tutto il concettualizzare e perciò, in effetti, i cosiddetti
soggetto-conoscitore e oggetto-conosciuto sono entrambi oggetti
fenomenizzati nella coscienza come figure di sogno. Ma,
quell’oggetto-conoscitore (che conosce l’oggetto-conosciuto) assume
l’identità del soggetto come fosse un’entità separata - un “sé” - e dà
all’oggetto conosciuto una identità come l’“altro”. Così nasce il concetto
dell’“individuo” attraverso l’illusione, il potere di Maya.
- La manifestazione
dei fenomeni non è null’altro che il processo del funzionamento della
coscienza dove non c’è questione di una entità individuale. Tutti sono
oggetti, figure di sogno che funzionano nei loro ruoli rispettivi. Le
nostre miserie sorgono soltanto attraverso l’accettazione della
responsabilità, “facendoci carico” dei nostri rispettivi ruoli di sogno,
come fossero noi stessi, identificando ciò-che-siamo con l’elemento
soggetto-conoscitore nel processo della oggettivazione. È questa
illusoria e totalmente non necessaria identificazione che causa la
“schiavitù” e tutta la risultante miseria per l‘individuo illusorio.
Ancora una volta: Ciò-che-non-siamo è soltanto un concetto e questo
concetto sta cercando ciò-che-siamo. Il condizionamento - il
fraintendimento - può essere superato soltanto da una appropriata comprensione
di ciò-che-siamo e ciò-che-non-sìamo. Sarà allora chiaro che la
“schiavitù” e l’“individuo” che ne soffre, sono entrambi semplici concetti
e che ciò-che-siamo, il noumeno, può manifestarsi soltanto come totale
fenomeno.
- Che cosa facciamo da
mattina a sera (eccetto durante il sonno profondo) al di fuori
dell’oggettivare continuamente? Ed il corpo umano, che in effetti non è
null’altro che un apparato psicosomatico, è capace di “fare” qualcosa al
di fuori del produrre immagini illusorie ed interpretazioni? Qualunque
cosa pensiamo di noi stessi (e questa immagine continua a cambiare di
momento in momento e non c’è nulla di stabile in essa) “noi” non
possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale
e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati.
- La causa
fondamentale della confusione, è l’erroneo credere ci sia un’entità,
un’entità oggettiva, autonoma, a sperimentare gli avvenimenti che
chiamiamo “nascita” e “morte” e la durata tra i due, chiamata “vita”. In
realtà, tutte queste sono semplici immagini concettuali nella coscienza,
hanno la stessa sostanza delle immagini viste alla televisione o in un
sogno. Cercate di comprendere che cosa sono i fenomeni; tutti i fenomeni.
Essi sono soltanto apparizioni nella coscienza. Chi li percepisce? La
coscienza stessa, attraverso il meccanismo dei concetti gemelli di spazio
e tempo, senza i quali le apparizioni non avrebbero una forma percepibile
e non potrebbero essere conosciuti. E la cognizione stessa avviene attraverso
una divisione della mente (essendo la mente il contenuto della coscienza)
in soggetto ed oggetto, il ragionamento e il processo di selezione basato
sulla dualità degli opposti interdipendenti: amore ed odio, felicità ed
infelicità, peccato e merito, eccetera. Una volta che questo processo
viene correttamente osservato, si può facilmente comprendere che non ci
può essere un individuo effettivo che nasce, vive e muore. C’è una
manifestazione, un’apparizione nella coscienza, generalmente conosciuta come
“essere nati”. Un’illusione nello spazio. Quando questa apparizione
manifesta termina la sua durata temporale e giunge alla sua fine, avviene
un’altra illusione, nella temporalità, conosciuta come “morire”. Questo
semplice processo non può essere percepito in quanto tale sino a che uno
persiste nel credere ad un’“entità”, che vive una vita e che “muore” una
morte.
- Per quanto concerne
ciò che tu chiami un individuo, perché non esamini questo fenomeno
analiticamente, naturalmente con mente aperta, dopo avere abbandonato
tutto l’esistente condizionamento mentale e le idee preconcette? Se lo
fai, che cosa scoprirai? Il corpo è semplicemente un costrutto fisico
per la forza vitale (Prana) e la coscienza che costituiscono una sorta di
apparato psicosomatico; e questo “individuo” non fa null’altro che
rispondere a stimoli esterni e produrre immagini ed interpretazioni
illusorie. inoltre, questo individuale essere senziente può esistere
soltanto come un oggetto nella coscienza che lo conosce! È
semplicemente un’allucinazione.
- L'universo oggettivo
proietta e dissolve innumerevoli forme; il quadro continua a cambiare
costantemente. Ma in che modo "io" sono coinvolto con questo? Sono
semplicemente il testimone di tutto questo avvenimento. Qualunque cosa
accada durante il periodo dell'avvenimento, in ogni caso, influenza
soltanto l'apparato psicosomatico, non l' "io" che io sono.
Basilarmente questa è la mia "conoscenza". Una volta che è
chiaro che qualunque cosa accada nel mondo manifesto è separata da me,
come "io", tutte le altre questioni si risolvono. Dobbiamo
ammirare l’opera fatta dalla coscienza “attraverso” queste varie forme
fisiche, ma non le persone individuali che non sono null’altro che
fenomeni concettuali. Tutti i me ed i tu e la terra, il cielo, la luna e
le stelle, non sono forse semplici immagini concettuali nella coscienza?
“Qual è il principio o il meccanismo concettuale dietro alla creazione del
mondo? L’intera creazione del mondo è concettuale.
- Qualunque cosa i
sensi percepiscano e la mente interpreti e un’apparizione nella coscienza
estesa nello spazio-tempo e oggettivata, in un mondo che il soggetto che
conosce (cioè voi) considera come separato da se stesso. Qui sta l’errore:
in questo processo la percezione non è totale. Ciò che è necessario è il
vedere integrale, vedere non con la mente individuale che è una mente
divisa, ma vedere dall’interno, dalla sorgente - vedere non dalla
manifestazione come un fenomeno ma dalla sorgente di ogni vedere. Allora,
soltanto allora, ci sarà totale percezione e corretto vedere ed apprendere.
- Tutta l’“esistenza”
è un continuo processo di oggettivazione. Noi esistiamo solamente come
gli oggetti di un altro e, come tali, soltanto nella coscienza che ci
viene a conoscere. Quando cessa l’oggettivazione, come nel sonno
profondo, l’universo oggettivo scompare. Fino a che uno immagina se stesso
come un’entità separata, una persona, non può vedere l’immagine totale
della realtà personale. E l’idea di una personalità separata è dovuta
all’illusione dello spazio e del tempo che, in se stessi, non hanno
esistenza indipendente poiché sono soltanto strumenti, semplici mezzi
per rendere la manifestazione conoscibile.
- Quando pensate a
qualcosa come “esistente”, lo pensate soltanto in termini di qualcosa di
oggettivo, con una forma. Siete preoccupati soltanto del fenomeno
oggettivo, laddove io vedo tutti gli oggetti, inclusi voi, come null’altro
che apparizioni nella coscienza e perciò non esistenti. E la soggettività
come tale, senza alcuna qualità oggettiva, ovviamente non può esistere.
Allora, che cosa esiste? Non ci può essere una cosa come l’esistenza o
la non esistenza!
- Tutto quello che
facciamo, tutto il giorno e giorno dopo giorno, non è null’altro che
oggettivare. In effetti, la manifestazione è essa stessa null’altro che una
continua oggettivazione, Tutta la conoscenza è concettuale, perciò, non
vera. Percepite direttamente ed abbandonate la ricerca della conoscenza.
- Ad ogni individuo
tutto ciò sembra la sua propria azione ed esperienza, ma il fatto
fondamentale è che nessun oggetto fenomenico (e questo è tutto ciò che un
essere senziente è, relativamente) può avere alcuna esistenza indipendente
sua propria. Una volta che questo è chiaramente capito, ne seguirà
automaticamente che tutta la responsabilità e la colpa sono anch’essi
concetti immaginari, basati sulla erronea nozione che un essere senziente
abbia esistenza indipendente, autonomia e scelta d’azione.
- Un oggetto non può
presumere di comprendere il suo soggetto; è impossibile per un’ombra
comprendere la sostanza di cui è composta. Finché c’è un “individuo”
concettuale che si identifica con il corpo (che è semplicemente un
apparato psicosomatico, un “oggetto”) come entità autonoma, può essere
possibile per lui comprendere qualcosa dell’Assoluto, che è totalmente non
toccato dall’oggetto?
- Lo sforzo stesso
del cercare è un’astrazione, perché lo strumento con cui cercherete è una
mente divisa, un soggetto concettuale che cerca un oggetto concettuale.
- Qualunque emozione
sentimento si sperimenti, è un movimento nella coscienza. Quando si prova
dolore o infelicità, significa che un evento non ha soddisfatto la
necessità o il bisogno che viene sentito in quel momento. Comunque,
l’evento che può causare dolore ad un individuo, può dare felicità ad un
altro; ed ancora, un evento che ha causato infelicità ad una particolare
persona in un certo momento, potrebbe dargli felicità in un altro,
dipendendo da ciò che egli pensa di volere a quel tempo.
- Quali sono i fattori
coinvolti in ciò che uno considera un’esperienza di felicità o infelicità,
piacere o dolore?
i.
ci deve essere
coscienza;
ii.
ci deve essere il
concetto di un’entità, una persona con i suoi bisogni;
iii.
ci deve essere un
evento nello spazio-tempo.
- Un evento può
avvenire e ci può essere anche la persona con le sue necessità, ma se non
c’è coscienza, non sarà coinvolto né con l’evento, né con il suo effetto.
È la coscienza il fattore principale e l’agente! In effetti,
“ciò-che-io-sono” non era nemmeno consapevole della propria esistenza sino
a che non arrivò la conoscenza “io sono”. In quello stato originale non
c’era possibilità di nessuna necessità, bisogno, speranza, desiderio,
ambizione, piacere e dolore; tutto questo venne insieme con il corpo.
Anche dopo l’arrivo della coscienza, ciò che veniva sentita era una
presenza conscia in quanto tale, “io sono” (non io sono questo o quello).
È soltanto dopo che la coscienza si è identificata con la sua forma
esterna che l’entità nozionale è venuta in essere. E questa entità non è
null’altro che un concetto. Non ha esistenza indipendente sua propria.
Insieme con la coscienza giunge il concetto di spazio-tempo, senza il
quale il fenomeno manifesto non può essere percepito. Affinché la
manifestazione sia percepibile a livello sensoriale, deve necessariamente
avere un volume che non è possibile senza avere il concetto di spazio; e
affinché la manifestazione sia estesa come un evento, nella durata, c’è
bisogno del concetto di tempo. La felicità e l’infelicità e tutti i
diversi opposti o contrari interdipendenti non esistono realmente in se stessi;
essi non possono esistere in se stessi in quanto non sono null’altro che
oggettivazioni concettuali nello spazio-tempo. E se questi contrari
venissero in qualche momento sovrapposti l’uno all’altro, si
cancellerebbero tra loro e ritornerebbe l’equilibrio.
- Qualsiasi tentativo
di trovare la prova della verità coinvolgerebbe una divisione della mente
in soggetto ed oggetto e quindi la risposta non potrebbe essere la verità,
poiché non c’è nulla di oggettivo a riguardo della verità, che
essenzialmente è pura soggettività.
- Se soltanto
percepiste, profondamente ed intuitivamente, ciò che eravate prima di
acquisire questo corpo-con-coscienza, diciamo cento anni fa, persino
dall’interno di questa prigione fisica vedreste il mondo senza il senso di
dualità, non dalla vostra identità come centro individuale illusorio. Il
concettualizzare cesserebbe.
- Restate nel vostro
stato originale di integrità, lo stato in cui eravate prima di “nascere”,
quando non c’era la conoscenza io sono, e perciò, non c’era necessità o bisogno
di sorta. Ogni sofferenza terminerà non appena resterete nella pura
consapevolezza del falso come falso, del transitorio come transitorio. Una
volta che vedete che il falso ed il transitorio dipendono, per la loro
esistenza, dal concetto di spazio-tempo, siete più vicini al vostro vero
essere.
- Nell’attuale
situazione tu sei come una bambina di cinque anni che sia stata abbigliata
con bei vestiti e graziosi ornamenti. Quella stessa bambina tre anni prima
avrebbe ignorato i bei vestiti e i begli ornamenti, o li avrebbe accettati
come un fastidio forzato imposto dai suoi genitori, ma ora, dopo il
condizionamento ricevuto nel frattempo, la bambina non vede l’ora di
uscire per rallegrarsi dell’invidia delle sue piccole amiche che non
possiedono quegli abiti eleganti. Ciò che è accaduto, tra l’infanzia e la
fanciullezza, è esattamente l’ostacolo per vedere la tua vera natura.
L’infante, a differenza del bambino, trattiene ancora la sua personalità
ed identità soggettiva. Prima del condizionamento fa riferimento a se
stesso così com’è, si considera semplicemente un “oggetto”, non come “me”,
il conoscitore/soggetto.
- La Verità deve
essere percepita; quando vi si dà espressione, diventa un concetto. La
percezione di questa verità sorge soltanto dall’intensa esperienza
personale, non dallo studio di testi religiosi. Tu sei seduto là, io
sono seduto qui e c’è il mondo all’esterno e, per il momento, possiamo
presumere che ci deve essere un Creatore, diciamo, Dio. Questi tre o
quattro aspetti, sono fatti o esperienza, non “sentito dire”.
- Quando cessa la
concettualizzazione, ogni dualità giunge alla fine. Quando cessa il
concettualizzare, non c’è né fenomeno né noumeno e ciò che rimane è pura
soggettività; nessuna esperienza di nessun tipo e nessuno a richiedere alcuna
esperienza! Per dirla brevemente: Tutte le controparti interdipendenti
sono inevitabilmente separate soltanto come concetti ed essenzialmente
inseparabili altrimenti. Un’ombra vuole conoscere “perché"? Uno dei
caratteri recitati da un singolo attore che assume vari ruoli nella stessa
recita vuole conoscere perché? La risposta potrebbe ben essere: perché no?
- Una volta che
realizzate che è l’entità concettuale che immaginate di essere a soffrire,
vi risvegliate in quella totalità della vostra vera natura, in cui la
santità e la cura sono implicitamente contenuti.
- Chi deve fare
Sadhana e per quale scopo? Non è sufficiente vedere il falso come falso?
L’entità che tu pensi di essere è falsa. Tu sei la realtà. Una volta che
questo viene compreso, o piuttosto, percepito intuitivamente, che
un’entità è puramente una nozione concettuale, ciò che rimane è
semplicemente una re-integrazione - Yoga - nella universalità. Nulla
rimane più da fare perché non c’è nessuno a farlo e, ancora più
importante, nessuno nemmeno ad astenersi dal farlo!
- Chi sta pensando in
termini di trasformazione, di cambiamento da uno stato ad un altro; chi
sta pensando in termini di miglioramento? Sicuramente, non è che
un’apparizione nella coscienza, un personaggio di un film, un individuo in
un sogno, una pseudo-identità sognata che si considera soggetta al lavorio
del Karma. Come può un tale personaggio sognato, “perfezionarsi” in
qualcos’altro che non sia il suo sognato sé? Come potrebbe un’ombra
perfezionarsi nella sua sostanza? Come potrebbe esserci un “risveglio” dal
sogno, a parte il sognatore che risolva la vera identità della sorgente
del sogno, la manifestazione? Il “risveglio” consiste nell’apprendere che
non c’è un’entità individuale che percepisce il mondo fenomenico, ma che
la natura essenziale e lo scopo di tutti i fenomeni è semplicemente il
percepire i fenomeni, cioè, il funzionamento in questo quì-ed-ora;
apprendere che ogni essere senziente - io - come sorgente potenziale di
tutta l’esperienza, sperimenta l’universo apparente oggettivamente,
attraverso un apparato psicosomatico. Il primo passo per comprendere tutto
questo sta nell’abbandonare il concetto di un “io” attivo e volitivo come
entità separata ed accettare il ruolo passivo del percepire e del
funzionamento come un processo.
- Ci deve essere una
finale e totale negazione cosicché il negatore stesso scompaia! Ciò che
stai cercando di fare è di comprendere ciò che sei per mezzo di un
concetto di “esistenza”, laddove in realtà “io” (tu) né sono, né non sono,
“io” sono al di là del concetto stesso dell’esistenza, al di là del
concetto della presenza, sia positiva che negativa. Se non lo comprendi
profondamente, continuerai a creare le tue ostruzioni immaginarie ciascuna
più potente della precedente. Ciò che stai cercando di scoprire è ciò
che già sei.
- Ti è chiaro che tu
sei prima di tutto il concettualizzare? Ciò che tu sembri essere come
fenomeno non è null’altro che concettuale. Ciò che tu realmente sei non
può essere compreso per la semplice ragione che nello stato della non-concettualità
non ci può essere nessuno a comprendere ciò che uno è!
- Noi possiamo
esistere soltanto come oggetti l’uno dell’altro; ed anche questo soltanto
nella coscienza del conoscitore-soggetto che ci conosce, ogni oggetto
assumendo la posizione del soggetto-conoscitore (Vyakti) di fronte agli
altri che diventano gli oggetti. E qui sorge l’ “entità” (Vyakti). Il
conoscitore-soggetto, nel considerare la sua funzione soggettiva, si
considera un’entità, un “sé” autonomo, indipendente con volizione e scelta.
Questa entità-fantasma, poi, persegue ulteriormente il principio del
“dualismo” (che è la base stessa della manifestazione) al fine di
comparare, discriminare, dare un giudizio e scegliere tra i suoi oggetti
dal punto di vista degli opposti relazionati come giusto e sbagliato, bene
e male, accettabile e non accettabile, eccetera. È questo illusorio
"considerarsi un’entità” e non semplicemente I’identificazione con il
corpo, che è alla radice della “schiavitù”. Ancora una volta: Ciò che
siamo, il noumeno-Assoluto (Avyakta), manifesto come la totalità dei
fenomeni (Vyakta), è privo di qualunque esistenza oggettiva individuale.
Perciò, ciò che siamo non può soffrire alcuna “nascita” o “morte”, né
schiavitù o liberazione. Sia la schiavitù che la risultante sofferenza
sono puramente concettuali, basati sulla identificazione con la totalmente
immaginaria entità-soggetto-conoscitore (Vyakti).
- Le innumerevoli
forme dei fenomeni nella relatività, sono tutti oggetti dell’Assoluta
soggettività - “Io”, la base della manifestazione essendo la dualità di
soggetto ed oggetto, ogni oggetto essendo l’“altro" per qualunque
oggetto che lo stia percependo nella sua qualità di presunto soggetto.
Nessun singolo oggetto ha esistenza indipendente in quanto tale. Siamo
tutti semplici apparizioni nella coscienza, concetti nella mente, ciascun
essere senziente essendo nulla di più che il suo stesso concetto ed i
concetti di coloro che egli considera come “altri”.
- Se tu non hai
esistenza indipendente, come puoi agire? In effetti agisci? O reagisci
soltanto ad uno stimolo esterno come una marionetta? Se tu sedessi
immobile, tranquillo, e vedessi ciò che accade, realizzeresti rapidamente
che noi non “viviamo” realmente ma “veniamo vissuti”; che la vita, come
tale, non è nulla di più di ciò che potrebbe essere chiamato un apparente
funzionamento; apparente perché tutto il funzionamento è, ancora, nulla di
più di un’apparizione panoramica nella coscienza. Se non c’è coscienza,
come nel sonno profondo o sotto l’effetto di sedativi, non c’è nemmeno
funzionamento.
- Questo apparato
psicosomatico è soltanto un concetto spazio-temporale e come tale non ha
esistenza indipendente perciò non può agire indipendentemente, a dispetto
delle apparenze contrarie.
Comprendiamo questo fatto basilare. Che cos’è allora la vita? La vita
in questo universo non è null’altro che il “funzionamento della
manifestazione" a dispetto di ciò che ciascun individuo possa
pensare. Viste in questa prospettiva, le varie manifestazioni distruttive,
come alluvioni e terremoti perdono la loro importanza negativa. Ogni corpo
non è null’altro che cibo per qualcun’altro - un topo per un gatto, un
uomo o la bestia per un leone, l’agnello o il pollo per l’uomo e così via.
Così ciò che è buono per uno è cattivo per un altro; in effetti, qualunque
evento sembri avvenire, non costituisce null’altro se non il funzionamento
della manifestazione.
- Tutto il “pensare”,
“concettualizzare”, “oggettivare” deve cessare. Perché? Perché ciò che “È”
non ha il minimo tocco di oggettività. È il soggetto di tutti gli
oggetti e non essendo un oggetto non può essere osservato. Gli occhi
vedono ogni altra cosa, ma non vedono se stessi.
- Che cosa deve fare
uno, quali sforzi deve fare per smettere di concettualizzare”? La risposta
è: Nulla; nessuno sforzo. Chi c’è a fare lo sforzo? Quale sforzo avete
fatto per crescere da una minuscola cellula di sperma ad un infante
pienamente cresciuto nel grembo di vostra madre? Quali sforzi può fare un
“Io” concettuale, illusorio, per conoscere la sua vera natura? Quali
sforzi può fare un’ombra per conoscere la sua sostanza? Realizzare la
propria vera natura non richiede nessuno sforzo fenomenico. L’illuminazione
non può essere conseguita, se è forzata. Può soltanto accadere quando le
viene data l’opportunità di farlo, quando l’ostruzione da parte dei
concetti cessa. Può apparire soltanto quando ottiene uno spazio
vacante in cui apparire. Se qualcun’altro deve occupare questa casa, io
innanzitutto devo liberarla. Se l’ “io” concettuale sta già occupando lo
spazio, come può entrare l’illuminazione? Che 1’“Io” concettuale se ne
vada e dia all’illuminazione la possibilità di entrare.
- Quando un oggetto
viene visto come oggetto, ci deve essere un soggetto diverso dall’oggetto.
Nella percezione del Jnani non c’è né il soggetto che vede né l’oggetto
che viene visto; c’è soltanto il “vedere”. In altre parole, la percezione
del Jnani è precedente a qualunque interpretazione da parte delle facoltà
sensoriali. Anche se è avvenuto il normale processo dell’oggettivazione,
il Jnani, nella sua prospettiva, ha preso nota di questo fatto ed ha visto
il falso come falso. Il Jnani nella sua visione indivisa, ha percepito
che, fisicamente, sia colui che vede che il visto sono oggetti e che il
funzionamento della coscienza produce semplicemente effetti nella
coscienza stessa. Sia il produrre che il percepire sono fatti dalla
coscienza, nella coscienza. Cerca di comprendere questo. In breve, il
vedere del Jnani è il vedere totale, o il vedere intuitivo, vedere senza
alcuna qualità oggettiva.
- Ciò che in realtà
accade è che non c’è qualcuno che percepisce in quanto tale, ma soltanto
il percepire degli oggetti concettuali, che si muovono nello spazio
concettuale, nella durata concettuale Non sono tutti questi, chiaramente
gli aspetti del sogno che sperimentiamo quando siamo addormentati? Quando
il sognatore si risveglia, il sogno termina e colui che è sveglio non è
più coinvolto dalle altre “entità” del sogno. Similmente, nel
sogno-vivente, colui che è sveglio (colui che realizza che nulla di
percepibile da parte dei sensi, inclusa l’“entità” che uno ritiene di
essere, può mai essere qualcos’altro al di fuori di una mera apparizione
nella coscienza) non è più coinvolto con le altre figure di sogno nel
sogno-vivente. Il risvegliato realizza di essere l’Assoluta Soggettività
incondizionata, sulla quale la vibrazione della coscienza diede inizio,
spontaneamente, a questo sogno-vivente, senza causa né ragione, e
semplicemente “vive” il sogno, sino a che, alla fine del tempo designato,
la coscienza ancora una volta, spontaneamente si fonde nell’Assoluta
Soggettività.
- Ciò che rimane è
pura non volizione, ovvero “venir vissuti” perché, relativamente, siamo
soltanto marionette in un mondo di sogno che vengono manipolate nel sogno
stesso. È il sognatore individuale che deve risvegliarsi dal suo sogno
individuale; E questa percezione è essa stessa il risveglio! L’“entità”
personale e l’illuminazione non possono andare insieme.
Il Sonno
Profondo
- Nel sonno profondo
la coscienza si ritira in uno stato, per così dire, di riposo. Quando la
coscienza è assente, non c’è il senso della propria esistenza o presenza,
tanto meno l’esistenza del mondo e dei suoi abitanti o di qualunque idea
di schiavitù e liberazione. Questo è dovuto al fatto che lo stesso
concetto “io” è assente.
- Quando nel sonno
profondo la coscienza riposa, l’oggettivazione necessariamente cessa; e
così anche l’universo oggettivato. Nel sonno profondo, non c’è sé, non c’è
mondo, non c’è Dio. Ciò che consideriamo “fare” non è null’altro che
oggettivazione.
- Nel sonno profondo,
quando la coscienza riposa e la mente è completamente immobile, non c’è
questione di esistenza dell’individuo interessato o di altri individui ed
oggetti che formano il “mondo”. Nel sonno profondo uno non attraversa
nessuna esperienza, né di dolore né di piacere, perché qualunque
esperienza può sorgere soltanto come un movimento nella coscienza.
- Nel sonno profondo,
per esempio, sia lo spazio che il tempo scompaiono, ed insieme ad essi
scompare tutta la manifestazione perché la dualità può esistere soltanto
nella concettualizzazione. Se il pensiero si ferma, tutta la dualità
scompare. I fenomeni, in altre parole, non possono essere concepiti
senza il noumeno, né il noumeno senza il fenomeno.
- Nel sonno profondo,
l’universo apparente non è, ma noi siamo. Nel sonno profondo non c’è sogno
e perciò, non c’è universo.
- Nel sonno profondo
non c’è coscienza (sta riposando) ma la consapevolezza è certamente là,
perché nel risvegliarsi uno è consapevole di aver dormito, ma soltanto al
risveglio.
- Nel sonno profondo o
sotto l’effetto di sedativi, non ti identifichi con questo corpo. Ciò che
realmente accade è che l’apparizione del tuo corpo nella coscienza è
percepita ed interpretata da te, esattamente come da qualunque altro
osservatore. La tua interpretazione di te stesso è illusoria quanto quella
degli altri.
- Il mondo scompare
nel sonno profondo e riappare nello stato di veglia, la durata della sua
apparizione varia secondo la durata della vita. Sia lo stato di veglia che
lo stato di sonno profondo sono periodi che si alternano nella coscienza
in manifestazione.
- Quando questo Io
sono non è presente come nel sonno profondo, non c’è corpo, non c’è mondo
esterno e non c’è “Dio”. È evidente che un minuscolo granello di questa
coscienza contiene l’intero universo.
- Quando eri nel sonno
profondo, il mondo fenomenico esisteva per te? Non puoi intuitivamente e
naturalmente visualizzare il tuo stato originario - il tuo essere
originario - prima che questa condizione corpo-coscienza si imponesse su
di te non richiesta? In quello stato eri conscio della tua “esistenza”?
Certamente no.
- Ora, che la
coscienza si è manifestata in un apparato fisico, potresti fare a meno del
sonno profondo? La coscienza, il sonno profondo, lo stato di veglia, la
durata nel tempo, tutto costituisce lo stesso concetto associato con la
manifestazione. Come potrebbe ciò essere mai comparato alla Consapevolezza
Immanifesta che è atemporalità, pura soggettività senza il minimo tocco di
oggettività?
- Come può lo stato di
sonno profondo, che si alterna allo stato di veglia nella coscienza,
essere il nostro vero stato? La coscienza stessa è vincolata nel tempo e
dipende dal corpo-cibo per la manifestazione e il suo sostentamento. Lo
stato del sonno profondo perciò, è altrettanto una condizione fisica con
una durata che si alterna allo stato di veglia. La ragione per cui è
scambiato per la consapevolezza non - oggettiva - dove la consapevolezza
non è consapevole di se stessa - è che durante il sonno profondo la
coscienza temporaneamente si ritira nel riposo. L’importante
differenza da notare è che lo stato di sonno profondo è simile alla
Consapevolezza soltanto nella misura in cui la coscienza allora non è
conscia di se stessa. Comunque, questo stato è allo stesso tempo “in
movimento” in quanto ha una durata oltre la quale lo stato di veglia
ancora sopraggiunge. Il senso di presenza che prevale durante lo stato di
veglia, è assente nello stato di sonno profondo. Lo stato della
Consapevolezza - ciò che realmente siamo - d’altra parte, è la totale
mancanza sia della presenza che dell’assenza del senso di presenza.
Nel Sogno
- In un sogno, mentre
il tuo corpo sta riposando nel letto, hai creato un intero mondo parallelo
a quello che chiami il mondo “reale” - in cui ci sono persone - incluso te
stesso. Come ti vedi nel tuo sogno? Mentre stai sognando, il tuo mondo di
sogno ti appare molto reale. Non è così? Una volta che il sognatore si
risveglia, l’intero mondo di sogno con tutte le sue “realtà” allora
esistenti, collassa nella coscienza in cui era stato creato. Nello stato
di veglia, il mondo emerge a causa del seme dell’ignoranza (Maya,
coscienza, esistenza, Prakriti, Ishwara, eccetera) e tu sei portato in
quello che io chiamerei uno stato di sogno ad occhi aperti. Sia il sogno
che la veglia sono stati concettuali nel sogno della vita. Sogni di essere
sveglio, sogni che sei addormentato - e non realizzi che stai sognando
perché sei ancora nel sogno. In effetti, quando realizzi che questo è
tutto un sogno, sarai già “risvegliato”! Soltanto il Jnani conosce la
vera veglia ed il vero sonno.
- Non potrebbe essere
che sogniamo di essere svegli, che sogniamo di essere addormentati e che
per tutto il tempo la vita viene vissuta? Tutto un prodotto della mente
che sogna, l’oggettivazione che ha luogo nella coscienza.
- Come sai che questo
mondo che chiami “reale” non è anch’esso un sogno? È un sogno dal quale ti devi risvegliare vedendo
il falso come il falso, l’irreale come irreale, il transitorio come
transitorio; esso può “esistere” soltanto nello spazio-tempo
concettuale. E poi, dopo un tale risveglio, sei nella Realtà. Allora
vedi il mondo come “vivente”, come un sogno fenomenico alla periferia
della percezione sensoriale, nello spazio-tempo con una presunta libertà
volitiva.
- Noi siamo il
contenuto di questo sogno-vivente, attori in questo dramma vivente. E gli
attori possono soltanto recitare i loro ruoli, nulla di più.
L’Amore
Amore è
astenersi dalla discriminazione, come “me” e l’ “altro”. In altre parole, è
unità di esistenza..
- Che cosa intendi
realmente quando usi la parola “amore”? La parola “amore” non sta a
significare basilarmente una “necessità” di qualche sorta, in quanto ami
la persona o la cosa che soddisfa la tua necessità?
- Che cosa vuoi
proteggere? Quello che “ami” di più. Cos’è che si ama maggiormente?
Qualcosa di cui si ha maggiormente “bisogno”. E di cosa si ha maggiormente
bisogno? Dì qualcosa senza il quale nient’altro ha significato,
nient’altro ha valore. Non è forse il senso di presenza che anima la
coscienza, senza la quale non puoi conoscere nulla, né gioire nulla?
Questo “bisogno” più prezioso è la coscienza che tu vuoi “proteggere” ad
ogni costo ed il modo migliore di proteggere qualcosa è di non esserne
lontani, rimanere unito alla coscienza costantemente.
- Considera qual è il
possesso più prezioso di qualunque essere senziente. Se egli potesse
scegliere tra possedere tutta la ricchezza del mondo o la sua “esistenza”,
o “coscienza” (puoi darle qualunque nome in aggiunta alle migliaia che già
le sono state attribuite), quello che gli dà la sensazione di essere vivo
e presente e senza il quale il corpo non sarebbe null’altro che un
cadavere, che cosa sceglierebbe? Ovviamente, senza coscienza, tutta la
ricchezza del mondo non gli sarebbe di utilità.
- Questa presenza
conscia, non può essere null’altro che Dio. È questo che uno ama più di
qualunque altra cosa perché senza di ciò non c’è universo, non c’è Dio.
Questo, perciò, è Presenza-Amore-Dio. L’amore per il sé e l’amore per Dio
non sono diversi.
- Che cos’è
esattamente questo “Dio” di cui stiamo parlando? Non è forse la coscienza
stessa - il senso di “essere” che uno ha e a causa del quale sei in grado
di porre domande? “Io sono” stesso è Dio. Che cos’è che ami maggiormente?
Non è questo “Io sono”, la presenza conscia che vuoi preservare ad ogni
costo? La ricerca stessa è Dio. Nel cercare scopri che “tu” sei separato
da questo complesso corpo-mente. Se tu non fossi conscio, esisterebbe il
mondo per te? Ci sarebbe alcuna idea di un Dio? E, la coscienza in te e la
coscienza in me, sono differenti? Non sono forse separate soltanto come
concetti, e questo cercare l’unità non concepita non è amore?
- Non pretendete di
amare gli altri come voi stessi. A meno che non li abbiate realizzati come
uno con voi stessi, non potete amarli così. Non pretendete di
essere ciò che non siete, non rifiutate di essere ciò che siete. Il vostro
amore per gli altri è il risultato della conoscenza del Sé, non la sua
causa. Senza realizzazione del Sé, nessuna virtù è genuina. Quando
conoscerete, al di là di ogni dubbio, che la stessa vita fluisce
attraverso tutto e che voi siete quella vita, amerete tutto
naturalmente e spontaneamente. Quando realizzerete la profondità e la
pienezza del vostro amore per voi stessi, conoscerete che ogni essere
vivente e l’intero universo sono inclusi nel vostro affetto.
La Morte
La morte è
totale annichilazione con assoluta irrevocabilità…
- La coscienza è una
cosa nutrita e limitata dal corpo-cibo. Quando il corpo-cibo viene
distrutto, anche la coscienza scompare. Ma attenzione, nessuno muore - il
corpo, fatto dei cinque elementi, quando è senza vita si mischia con gli
elementi e la coscienza che è soggetta ai tre Guna, ne diventa libera.
Alla fine, comunque, tutto ciò che è un’apparizione nella coscienza
deve finire e non può avere alcuna realtà.
- Non eravate forse
“morti” prima di nascere? Cos’è l’oscurità se non assenza di luce? Cos‘è
la “morte” se non assenza di “vita”, e ancora, non è la “vita”
semplicemente assenza di “morte"? La “vita” comincia come un’immagine
nella coscienza e quando l’immagine cessa di esistere, la chiamiamo
“morte”. La paura della morte è in effetti un prodotto del desiderio di
vivere, il desiderio di perpetuare la propria identità con l’entità
illusoria di un “io”, in quanto separato da un “tu”. Coloro che
conoscono la realtà, conoscono anche la falsità della “vita” e della
“morte”.
La
Rinascita
- Tu sai che l’“entità”
non è null’altro che un concetto, un’allucinazione che sorge quando la
coscienza si identifica erroneamente con una particolare forma. Com'è
potuta sorgere l’idea della rinascita? Forse è stata concepita come una
sorta di teoria accettabile, sulla quale lavorare, per soddisfare la
gente più semplice, non sufficientemente intelligente da pensare al di
là dei parametri del mondo manifesto.
- Hai mai realmente
pensato alla essenziale natura dell’uomo? Dimentica ciò che hai letto, ciò
che ti è stato detto. Hai mai pensato in maniera indipendente a questa
questione? Ripeto “indipendente”, quieto e profondo pensiero, come se tu
fossi il solo essere senziente sulla terra e non ci fosse nessuno a
guidarti? O a fuorviarti? Quali sono gli elementi essenziali di quello che
consideri “te”? Ovviamente il corpo. Ma questo corpo che ora è giovane, in
salute e forte, una volta era soltanto una piccola goccia di materia
chimica, quando è avvenuto il concepimento nel grembo di tua madre.
Pensaci. Hai fatto qualcosa per essere così concepito? Hai voluto essere
concepito? Fosti consultato? Inoltre, e questo è importante, cos’è che era
“latente” in quella minuscola goccia di materia che l’ha fatta crescere in
un bambino pienamente sviluppato, con sangue, carne, midollo, ossa,
innanzitutto nei grembo di tua madre e poi in questo mondo sino a che ora
è seduta di fronte a me discutendo di filosofia? Il corpo, durante la sua
crescita, ha assunto varie immagini che tu hai considerato “te”, in tempi
diversi, ma nessuna singola immagine è rimasta con te costantemente;
tuttavia c’è qualcosa che è rimasto senza alcun cambiamento. Non è forse
il tuo senso di essere vivo e presente, la coscienza che dà capacità senziente
ed energia all’apparato psicosomatico conosciuto come il “corpo”? Il mondo
per te esiste soltanto se c’è questa coscienza. Se non sei conscio, come
nel sonno profondo, può il mondo esistere per te? Ora hai qualche idea di
ciò che ti fa istintivamente pensare a te stesso come a “te”; questo
composto del corpo fisico, della forza vitale (Prana) che è il principio
attivo e la coscienza che mette in grado i sensi fisici di percepire le
cose. Ciò che tu sembri essere è il corpo esteriore, ciò che tu sei è
coscienza. Ciò che è “nato”, il corpo oggettivo, nel dovuto corso
“morirà”; poi sarà dissolto, cioè irrevocabilmente distrutto, la
forza vitale lascerà il corpo e si mischierà con l’aria esterna. La parte
oggettiva di ciò che una volta era un essere senziente sarà distrutta, per
non rinascere mai più come lo stesso corpo. E la coscienza non è un
oggetto, non è affatto una “cosa"; perciò, la coscienza in quanto
non oggettiva, non può “nascere”, non può “morire” e certamente non può
“rinascere”. Questi sono fatti indisputabili, fatti concernenti
l’essere senziente, manifesto fenomenicamente. Come processo del
funzionamento del noumeno, avviene la manifestazione del fenomeno in cui
le forme vengono create e distrutte. Chi è nato? E chi muore? E chi deve rinascere?
Se è così, puoi chiederti come sono sorti i concetti di Karma, causalità e
rinascita. La risposta è che invece di avere accettato un fenomeno come
manifestazione dell’immanifesto, è avvenuta una erronea identificazione
con una pseudo-entità ed è stato creato un fantasma con una presunta
esistenza autonoma. Si suppone che questo fantasma abbia scelta di
decidere ed agire. È questo fantasma che si suppone sia nato, viva, soffra
e muoia. Ed in questo processo è questo fantasma che diventa soggetto al processo
della causalità conosciuto come Karma, accetta la presunta “schiavitù” e
“rinascita” e cerca una immaginaria “liberazione”. In altri termini,
sul naturale processo della manifestazione dei fenomeni viene sovrimposto
un sé-fantasma, con una presunta esistenza autonoma indipendente e su
questo sé-fantasma viene caricato il concetto degli effetti che risultano
dalle immaginarie azioni volitive, cioè il Karma, la schiavitù e la
rinascita!
- Il corpo “muore” e,
dopo la morte, è distrutto, sepolto o cremato. Il corpo, in altre parole,
è stato irreparabilmente, irrevocabilmente distrutto. Quel corpo, perciò,
che era una cosa oggettiva, non può essere rinato. Come potrebbe allora
essere rinato qualcosa di non-oggettivo come la forza vitale (il respiro),
che alla morte del corpo si è fusa con l’aria esterna, o come la coscienza
che si è fusa con la Coscienza Impersonale?
- L’entità che si
suppone sia rinata non esiste, eccetto che come mero concetto! Come può un
concetto essere rinato?
Liberazione
e Illuminazione
“Il risveglio
non può avvenire sino a che persiste l’idea di essere un cercatore”...
Sino a che
c’è un’entità che cerca la liberazione, non la troverà mai…
Il solo
“modo” di ritornare è la via dalla quale sei arrivato…
- Un fenomeno non può
essere “liberato” perché non ha esistenza indipendente; è soltanto
un’illusione, un’ombra. La coscienza che si è erroneamente identificata
con il costrutto corpo-mente, diventerà consapevole della sua vera natura
e si fonderà nella sua stessa sorgente. Poiché non c’è entità in quanto
tale, la questione della schiavitù non sorge; se uno non è
vincolato non c’è necessità di liberazione. Gli oggetti ed i loro Guna
(attributi), non sono soggetto ed oggetto, com'è percepito dai sensi e
interpretato dalla mente, ma sono tutti oggetti, inclusi gli esseri
umani, semplici apparizioni nella coscienza; perciò gli oggetti non
possono e non necessitano di essere “liberati”.
- Ciò che è
semplicemente un fenomeno, senza alcuna esistenza indipendente propria, è
considerato essere “reale" e da parte di questo fantasma vengono
fatti sforzi per “diventare” qualcosa: un’ombra che insegue la sua
sostanza. Laddove in effetti tu sei stato sempre la sostanza e mai
l’ombra in schiavitù che cerca la liberazione. È divertente, ma questa è
Maya!
- Non esiste un
“individuo”; “l’individuo” non è null’altro che un’apparizione e
un’apparizione non può avere nessuna “schiavitù” e, perciò, non c’è
questione di “liberazione” per un’apparizione. Se la base stessa della
vostra ricerca è errata che cosa mai potrete raggiungere?
- Chi è “costui” che
pensa di dover fare e di raggiungere qualcosa? Una volta che viene
compreso che un’entità è semplicemente un concetto erroneo, che un corpo
come qualunque altro fenomeno è semplicemente un’esperienza nella
coscienza e che non c’è nessuno ad esercitare alcuna volizione, dov’è la
questione di qualcuno che fa qualcosa? Nessuna quantità di “fare” potrà
raggiungere questo senza la totale scomparsa dell’erroneo concetto di una
entità indipendente con autonomia di azione. L’“io" non può
emergere senza la distruzione del “me”. Quando il “me” scompare, tu
sei Io…
- Alcuni di voi vanno
da altre parti dove sono felici di ricevere una lista di ordini e divieti.
Ma quel che è peggio, è che mettono in pratica queste istruzioni con fede
e diligenza. Ma ciò che non realizzano è che qualunque cosa pratichino
come “entità”, rinforza soltanto la loro identificazione con l’entità
illusoria e, perciò, la comprensione della Verità rimane più lontana
che mai. Le persone immaginano che in qualche modo devono cambiare se
stessi da esseri umani imperfetti ad esseri umani perfetti conosciuti come
saggi. Se soltanto vedessero l’assurdità del loro pensiero. Colui che sta
pensando in questo senso è egli stesso soltanto un concetto,
un’apparizione, un personaggio in un sogno. Come può un semplice
fantasma fenomenico risvegliarsi da un sogno perfezionandosi? Il solo
“risveglio” è il percepire ciò che-si-è. In effetti non c’è questione
di un “chi", in questo percepire, perché la percezione stessa è la
propria vera natura; e il pre-requisito di tale percezione è la scomparsa
del fenomeno. Ciò che è percepito è la manifestazione come totalità, non
da parte di un “qualcuno” che rimane un osservatore separato. Il
percepire è il totale funzionamento dell’Assoluto; il percepire è ciò
che voi siete. L’universo che appare nella coscienza è uno specchio che
riflette ogni essere senziente, cioè, la coscienza è la sorgente stessa
dell’universo apparente. La coscienza non è diversa dal suo contenuto
manifesto. E questo percepire non ha nulla a che fare con un “qualcuno”,
con un fenomeno, un’apparizione nella coscienza, che è soltanto una parte
infinitesimale del funzionamento totale. La profonda comprensione
intuitiva di questo fatto è il solo “risveglio”, o “illuminazione”, la
sola illusoria “liberazione” da un’illusoria “schiavitù”, il risveglio dal
sogno-vivente.
- Esiste realmente una
cosa come l’“illuminazione”? è semplicemente un nonsenso pensare alla
necessità di illuminazione da parte di un individuo. Basilarmente c’è soltanto
“io”; non ci sono un “me” o un “tu”, da illuminare. Come può un oggetto
fenomenico, che è solo un’apparizione, essere trasformato
dall’”illuminazione” in qualcosa di diverso da ciò che è, cioè una
semplice apparizione? Quando avviene l’ “illuminazione”, c’è la percezione
che ciò che crediamo essere la nostra condizione normale - quella di un
oggetto fenomenico - è semplicemente una condizione temporanea, come una
malattia sopraggiunta sul nostro normale, vero stato di noumeno. Viene
realizzato improvvisamente che ciò che veniva considerato “normale”, in
realtà non lo era. Il risultato di tale percezione è una sorta di istantaneo
assestamento da un’esistenza individuale alla semplice esistenza in quanto
tale; la volizione scompare e qualunque cosa accada sembra giusta ed
appropriata. Uno assume la posizione di testimone di tutto ciò che
accade o piuttosto, rimane soltanto il testimoniare.
- Esiste in effetti
una cosa, una “persona”, un’entità individuale con scelta di azione
indipendente a scegliere un particolare sentiero spirituale? in questo
sogno-vivente della vita, noi non siamo i caratteri sognati che riteniamo
di essere, ma siamo il sognatore, ed è la nostra erronea identificazione
con il carattere sognato, come un’entità indipendente e separata che “agisce”,
che causa l’illusione della schiavitù. Per la stessa ragione, quindi,
il carattere sognato, una mera apparizione, non può essere “risvegliato” o
“liberato”. Il risveglio può soltanto accadere, e può accadere soltanto
quando c’è totale convinzione, attraverso la percezione intuitiva, che
siamo il sognatore soggettivo e non gli oggetti sognati che scompaiono
alla fine del sogno. L’identificazione con una entità immaginaria,
indipendente, separata, deve scomparire totalmente prima che ci possa
essere il risveglio, l’illuminazione o la liberazione.
- Che cos’è la
“liberazione”? La liberazione, illuminazione, risveglio, non è null’altro
che la profonda comprensione, il percepire: 1. che il seme di tutta la
manifestazione è la coscienza impersonale, 2. che ciò che viene cercato e
l’aspetto immanifesto della manifestazione e 3. che, perciò, il cercatore
stesso è il cercato!
- Sebbene gli eventi
accadano così naturalmente nel corso ordinario, questa entità concettuale
che l’uomo è, si lascia influenzare da essi e soffre. E pensa alla
“schiavitù” e alla “liberazione”. La liberazione è vedere la vita come
una farsa e percepire che tu (l’“io” senza il minimo tocco di
oggettività) non può essere un’entità di nessuna forma o nome, di nessun
genere. La liberazione è percepire che gli oggetti senzienti sono parte
della manifestazione del fenomeno totale, senza identità separate, che ciò
che “io” sono è la capacità senziente in tutti gli oggetti senzienti, la
presenza conscia come tale. La liberazione è percepire che “io”,
l’Assoluto, nella mia espressione fenomenica, sono il funzionamento (il
vedere, l’udire, il sentire, il gustare, l’odorare, il pensare) senza la
presenza di nessun altro attore individuale. Ora, comprendi perché
“soffri”? Perché sei un caso di erronea identità; o piuttosto perché hai
accettato ciò che è ovviamente una erronea identità!
- La vostra nozione di
schiavitù è semplicemente l’illusione che voi siete una entità autonoma,
soggetta alla temporalità e alle cause-effetti del Karma.
- Il solo “modo” di ritornare
è la via dalla quale sei arrivato. Chi è questo “tu” che sta cercando di
ritornare da dove è giunto? Non importa quanto lontano tu possa andare
inseguendo la tua ombra, l’ombra ti precederà sempre. Che cosa significa
ritornare? Significa ritornare alla posizione in cui c’era totale assenza
di coscienza. Tu sei - sei sempre stato - dove vuoi essere condotto.
In effetti, realmente non c’è “dove” in cui tu possa essere condotto. La
consapevolezza di questa posizione ovvia è la risposta, la semplice percezione;
nulla da fare. E lo scherzo nello scherzo è che il tuo deliberato non
fare nulla ostacolerà anch’esso l’avvenimento. È realmente semplice;
il “fare” qualcosa e il “non fare” sono entrambi sforzi di volizione. Ci
deve essere una totale assenza dell’“agente", la totale assenza di
entrambi gli aspetti positivo e negativo del “fare”. Questo è il vero
“abbandono”.
- Il risveglio o
illuminazione o liberazione non è nulla, assolutamente nulla al di fuori
del percepire profondamente, intuitivamente, che ciò che siamo,
quello-che-è-quì-ed-ora, è l’assoluta assenza di qualunque cosa
immaginabile o conoscibile; che equivale all’assoluta presenza
dell’inconoscibile potenzialità.
- Non appena c’è la
realizzazione, la differenza tra sé e gli altri scompare e naturalmente,
insieme con essa, anche la paternità dell’azione della pseudo-entità.
Perciò, una volta che avviene la realizzazione - comprendi che “uno”
non “acquisisce” la realizzazione - il senso di volizione o desiderio,
o scelta d’azione, non può rimanere. Non ci può essere una “persona”
realizzata e, perciò, non c’è questione di come una persona realizzata
agisca nel mondo.
- Come faccio a sapere
se c’è progresso nella mia ricerca Spirituale? Come faccio a sapere se sto
progredendo? Chi progredisce e verso cosa? Ho detto ripetutamente ed
instancabilmente, che voi siete la Presenza Conscia, la coscienza animante
che dona capacità senziente agli oggetti fenomenici; che voi non siete un
oggetto fenomenico, che è meramente un’apparizione nella coscienza di
coloro che lo percepiscono. Come può un’“apparizione” fare alcun
“progresso” verso un obiettivo? Come può un’apparizione concettuale sapere
se sta compiendo un progresso concettuale verso la sua liberazione
concettuale? La percezione è prima dell’arrivo della coscienza che è la
base dell’intelletto. La percezione non è questione di pratica
graduale. Può avvenire soltanto da se stessa, istantaneamente; non ci sono
stadi in cui viene fatto un progresso deliberato. Non c’è “nessuno” a fare
alcun progresso. Forse, uno potrebbe chiedersi: non potrebbe essere il
più sicuro segno di “progresso” - nel caso che uno non possa abbandonarne
il concetto - la totale mancanza di preoccupazione a riguardo del
“progresso” stesso ed una suprema assenza di ansietà circa la
“liberazione”, una sorta di “vuoto” nel proprio essere, una sorta di lasciare
andare, un abbandono non-volitivo a qualunque cosa possa accadere?
- Può l’individuo,
un’entità illusoria, decidere indipendentemente, per sua scelta, che vuole
essere “liberato”, che deve scegliere il metodo, cioè Bhakti o Jnana e che
farà un certo sforzo in quella direzione? No, non può. Non sarebbe più
saggio per lui e incidentalmente anche più pratico, accettare
passivamente ciò che è come parte del totale funzionamento e guardare
ciò che accade con ammirazione stupita del lavorio della Natura?
Il
riflesso dell'Assoluto ( Pura Consapevolezza - Noumeno)
Vedi
semplicemente il transitorio come transitorio, l’irreale come irreale, il falso
come falso e realizzerai la tua vera natura…
“La totale
manifestazione è Me stesso”… Quello che è cercato è il cercatore stesso…
- La Coscienza sorge
nel Puro Essere, senza alcuna particolare causa o ragione, al di
fuori del fatto che è nella sua natura fare così - come le onde sulla
superficie del mare.
- L’“Io” può essere
considerato sotto tre aspetti: 1. L’impersonale - Avyakta (immanifesto),
l’Assoluto “Io”, al di là di ogni percezione sensoriale, o esperienza, e
del tutto inconsapevole di se stesso. 2. Il super-personale - Vyakta
(manifesto), che è il riflesso dell’Assoluto nella coscienza sotto
l’aspetto dell’ “Io sono”. 3. Il personale - Vyakti, che è un costrutto
dei processi fisici e vitali, il complesso dell’apparato psicosomatico
attraverso cui la coscienza manifesta se stessa.
- Essenzialmente non
c’è differenza tra il manifesto (Vyakta) e l’immanifesto (Avyakta),
proprio come non c’è differenza, essenzialmente, tra la luce e la luce del
giorno.
- La consapevolezza
viene dall’Assoluto (Avyakta) e pervade il sé interiore ( Vyakta ). Il sé
esteriore ( Vyakti ) è quella parte del proprio essere di cui uno non è
consapevole, in quanto, sebbene uno possa essere conscio (poiché ogni
essere cosciente ha coscienza), è possibile che non sia consapevole. In
altre parole, il sé esteriore (Vyakti) è delineato dal corpo fisico; il sé
interiore ( Vyakta) dalla coscienza ed è soltanto nella Pura
Consapevolezza che il Supremo (Avyakta) può essere contattato.
- Non c ’è bisogno di
nessuna specifica identificazione tra la noumenalità (Avyakta) e la
fenomenalità (Vyakta) come tali. Tale necessità sorge soltanto quando c’è
la manifestazione del noumeno-Assoluto in oggetti fenomenici separati, un
processo di oggettivazione che necessariamente richiede il “dualismo” una
dicotomia in due elementi - un soggetto (Vyakti) che percepisce e conosce
ed un oggetto che è percepito e conosciuto. Il punto importante è che sia
questo conoscitore-soggetto che il conosciuto-oggetto sono oggetti
interdipendenti e possono esistere soltanto nella coscienza in cui avviene
il processo della manifestazione, coscienza che in effetti è ciò che
noi siamo!
- La consapevolezza,
quando è in contatto con un oggetto, una forma fisica, diventa
testimonianza. Quando allo stesso tempo c’è l’identificazione con
l’oggetto, un tale stato diventa “la persona”. In Realtà c’è soltanto
uno stato: quando è corrotto e macchiato dalla identificazione, può essere
chiamato persona (Vyakti); quando è tinta di un senso di esistenza, la
coscienza risultante diventa “il testimoniare”; quando rimane nella sua
purezza originaria, immacolata, è il Supremo, l’Assoluto.
- È necessario aver
chiara la differenza, per quanto concettuale possa essere, tra la
consapevolezza dell’Assoluto e la coscienza in cui appare l’universo. Uno
è soltanto il riflesso dell’altro. Ma il riflesso del sole nella goccia di
rugiada non è il sole. In assenza di oggettivazione, come nel sonno
profondo, l’universo apparente non è, ma noi siamo. È così perché ciò che
siamo è ciò che è l’apparente universo e viceversa - duali nella presenza,
non duali nell’assenza; separati in modo inconciliabile nel concetto,
inviolabilmente uniti quando non concepiti.
- Uno non può pensare
alla coscienza come separata dalla consapevolezza; non ci può essere un
riflesso del sole senza il sole. Ma ci può essere la consapevolezza senza
coscienza. La consapevolezza rimpiazza la coscienza. L’ “Io sono”, che è
un pensiero nella coscienza, cessa. Nella Consapevolezza non c’è
pensiero. La Consapevolezza è la sorgente della coscienza.
- Il
"fenomeno" non può essere fenomeno senza il "noumeno".
Il limite della possibile concettualizzazione - l'astrazione della mente -
è il noumeno, l'infinità dello sconosciuto. Il noumeno, il solo
soggetto, si oggettiva e percepisce l'universo manifestandosi
fenomenicamente all'interno di se stesso, ma apparentemente all'esterno al
fine di essere un oggetto percepibile. Affinché il noumeno si
manifesti oggettivamente come l'universo fenomenico, entra in azione il
concetto dello spazio-tempo; perché gli oggetti, al fine di essere
conoscibili, devono essere estesi nello spazio ottenendo volume e devono
allungarsi nella durata o nel tempo, perché altrimenti non potrebbero
essere percepiti.
- L'essere senziente è
soltanto una piccolissima parte all'interno del processo dell'apparente
rispecchiarsi del noumeno nell'universo fenomenico. È soltanto un oggetto
nella totale oggettivazione e come tale, "noi" non possiamo
avere una natura nostra propria. E tuttavia - questo è importante - i
fenomeni non sono qualcosa creato separatamente e nemmeno proiettato, ma
sono in effetti il noumeno concettualizzato od oggettivato. In altre
parole, la differenza è puramente nozionale. Senza la nozione, essi sono
inseparabili e non c'è reale dualità tra noumeno e fenomeno.
- Questa identità,
questa inseparabilità è la chiave della comprensione, o piuttosto della
percezione, della nostra vera natura, perché se questa unità basilare
tra il noumeno ed il fenomeno viene persa di vista, rimaniamo impantanati
nella palude dell'oggettivazione e dei concetti.
- Una volta che si è
compreso che il noumeno è tutto ciò che siamo, e che i fenomeni sono
ciò che appariamo essere come oggetti separati, verrà anche compreso
che nessuna entità può essere coinvolta in ciò che siamo e perciò il
concetto di un'entità che ha bisogno della "liberazione" sarà
visto come un'assurdità; e la "liberazione", se ci deve essere,
sarà vista come la liberazione dal concetto stesso della schiavitù e
della liberazione. Quando penso a ciò che ero prima di
"nascere", so che questo concetto "io sono" non era
là. In assenza della coscienza non c'è concettualizzazione e qualunque
vedere abbia luogo non è ciò che un'entità vede come soggetto-oggetto, ma viene
visto dall'interno, dalla sorgente di tutto il vedere. Ed allora,
attraverso questo "risveglio", realizzo che la totalità
dell'Assoluto che tutto abbraccia, non può avere nemmeno un tocco
dell'imperfezione relativa. Così, relativamente parlando, devo vivere
la durata designata della vita sino alla sua fine, dove questa
"conoscenza" relativa si fonde nello stato di non-conoscere
dell'Assoluto. Allora questa condizione temporanea del
"io-conosco" e del "io-conosco-che-io-conosco" si
fonde in quell'eterno stato di "io-non-conosco" e del
"io-non-conosco-che-non-conosco".
- Il noumeno - ciò che
è - può soltanto essere, e può essere soltanto ora. In assenza dello
spazio-tempo concettuale non ci può essere assolutamente “dove” o “quando”
per nessuna “cosa”.
- Lo stato originale –
il Parabrahman - è incondizionato, senza attributi, senza forma, senza
identità. In effetti, quello stato non è null’altro che pienezza (non
vacuità), cosicché è impossibile dargli un nome adeguato. In quello
stato originale, precedente qualunque concetto, la coscienza - il pensiero
“io sono” - spontaneamente vibra nell’esistenza. Come? Perché? Per nessuna
ragione apparente, come una gentile onda su un’estensione d’acqua! Il
pensiero “io sono” è il seme del suono Om, il suono primordiale o Nada
all’inizio della creazione. Consiste di tre suoni: a, u e m. Questi tre
suoni rappresentano i tre attributi Sattva, Rajas, Tamas, che hanno
prodotto i tre stati di veglia, sogno e sonno profondo (chiamati anche
coscienza o armonia, attività e riposo). È nella coscienza che il mondo
emerge. Invero, il primo pensiero “io sono” ha creato il senso di dualità
nello stato originale di unicità. Nessuna creazione può avvenire senza la
dualità del principio genitore - maschio e femmina, Purusha e Prakriti.
La creazione dei mondo come apparizione nella coscienza, ha un decuplo
aspetto - Purusha e Prakriti o principio della dualità; il materiale
fisico e chimico, l’essenza dei cinque elementi (etere, aria, fuoco, acqua
e terra) sotto mutua frizione; e i tre attributi di Sattva, Rajas e Tamas.
Un individuo può pensare di essere lui ad agire, ma è in verità l’essenza
dei cinque elementi, il Prana, la forza vitale, che agisce attraverso la
particolare combinazione dei tre attributi in una particolare forma
fisica. Quando la creazione del mondo è vista da questa prospettiva, è
facile comprendere il motivo per cui i pensieri e le azioni di un
individuo (che in effetti non è null’altro che un apparato psicosomatico)
differiscono così tanto in qualità e grado da quelli dei milioni di altri.
- Non dimenticare
l’essenziale unità tra l‘Assoluto e il relativo, tra il non manifesto ed
il manifesto. La manifestazione viene in esistenza soltanto con il
concetto basilare, “io sono”. Il substrato è il noumeno, che è totale
potenzialità. Con il sorgere dell’“io sono”, esso si specchia nell’universo
fenomenico che solo in apparenza sembra essere esterno al noumeno. Al
fine di vedersi, il noumeno si oggettiva nel fenomeno e affinché avvenga
questa oggettivazione, lo Spazio ed il tempo sono i concetti necessari (in
cui il fenomeno si estende nel volume e nella durata). Il fenomeno,
perciò, non è qualcosa di differente dal noumeno, ma è il noumeno stesso
oggettivato. Una volta che sorge il concetto “io sono”, l’unità
fondamentale viene separata, come nozione, in soggetto ed oggetto nella
dualità.
- La manifestazione e
la non manifestazione sembrano due “cose” diverse, ma non lo sono. Esse
sono essenzialmente lo stesso stato, come onde su una distesa d’acqua.
Quando questa è colorata da un senso di esistenza, è la coscienza in cui
la manifestazione appare con le sue limitazioni; quando è incolore e senza
limiti, è l’Assoluto. inconsapevole della sua consapevolezza. I fenomeni
sono soltanto lo specchiarsi del noumeno; non sono differenti.
- Ognuno di noi, come
fenomeno, è semplicemente un’apparizione nella coscienza di coloro che ci
percepiscono e perciò ciò che sembriamo è un fenomeno temporale, finito e
percepibile dai sensi; laddove ciò che siamo, ciò che siamo sempre stati e
ciò che saremo sempre, senza nome né forma, è il noumeno, l’essere al di
là del tempo, al di là dello spazio, impercettibile.
- Se dovessi chiederti
di dirmi qualcosa circa il tuo stato. prima che tu venissi concepito nel
grembo di tua madre, la tua risposta dovrà necessariamente essere: “Non
lo so”. Questo “Io" che non conosce quello stato (in effetti,
l’“Io” che non conosceva nulla sino a che non apparve la coscienza), è ciò
che realmente siamo - l’Assoluto, il noumeno, il senza tempo, il senza
spazio, l’essere impercepibile; laddove relativamente, fenomenicamente,
finiti, vincolati dal tempo, percepibili dai sensi, è ciò che sembriamo
come oggetti separati. Lo stato della non-manifestazione, il noumeno, è
quello nel quale noi (strettamente la parola dovrebbe essere non “noi” ma
“io”) non conosciamo nemmeno la nostra esistenza. Quando diventiamo
consci della nostra esistenza, lo stato di unicità non prevale più perché la
dualità è l’essenza stessa della coscienza. La manifestazione di
quello-che-noi-siamo come fenomeno, mette in atto un processo di
oggettivazione che è necessariamente basato su una divisione in un
soggetto che percepisce o conosce ed un oggetto che è percepito o
conosciuto.
- Ricordate sempre, la
perfetta identità di questo-che-io-sono e di quello-che-io-appaio-essere.
Non dimenticate mai, nemmeno per un momento, che la non-manifestazione
e la manifestazione, il noumeno ed il fenomeno, l’Assoluto ed il Relativo,
non sono diversi. La manifestazione non è una creazione del non-manifesto,
ma meramente il suo specchiarsi, o una sua espressione. In altre
parole, non c’è dualità innata tra il soggetto e l’oggetto; in effetti, nessun
oggetto potrebbe esistere nemmeno per un momento separato dal suo soggetto
e viceversa. Questo-che-io-sono (noumeno) ovviamente trascende
quello-che-io-appaio-essere (fenomeno), ma è anche immanente in esso.
C’è una inseparabile identità tra il noumeno ed il suo fenomeno. Che cosa
accade nella manifestazione? Noumenalmente, io sono (sebbene non
consapevole di ciò), e nemmeno per un momento io cesso di essere
questo-che-io-sono. Laddove fenomenicamente, io né sono né non sono,
perché tutti gli oggetti sono semplicemente apparizioni nella coscienza,
immagini in uno specchio.
- La manifestazione
relativa - il mondo - non è “illusoria" poiché è l’espressione
dell’Assoluto Immanifesto, che
vi è immanente; ciò che è in effetti illusoria è la vostra fraintesa
identità con un particolare fenomeno. L’ombra non può esistere senza
la sostanza, ma l’ombra non è la sostanza.
- Ciò che siamo è il
noumeno, l’essere senza tempo, senza spazio, impercettibile, e non ciò che
sembriamo essere come esseri separati vincolati nel tempo, finiti e
percepibili con i sensi. La “schiavitù” sorge perché dimentichiamo il
nostro essere reale, il noumeno, e ci identifichiamo con il fenomeno - il
corpo - che non è null’altro che un apparato psicosomatico.
- Nel nostro primitivo
stato originale siamo puro essere-consapevolezza-beatitudine. Quando
veniamo in contatto con la coscienza, siamo soltanto la testimonianza
(totalmente separati) dei vari movimenti nella coscienza.
- In ogni individuo
l’Assoluto si riflette come consapevolezza e così la pura Consapevolezza
diventa consapevolezza di sé, o coscienza. L’universo oggettivo è in continuo fluire,
proiettando e dissolvendo innumerevoli forme. Ogni qual volta una forma
viene creata ed infusa di vita (Prana), la coscienza (Chetana) appare,
simultaneamente e automaticamente, come riflesso della Consapevolezza
Assoluta nella materia. Si deve chiaramente comprendere che la
coscienza è un riflesso dell’Assoluto sulla superficie della materia e ciò
provoca un senso di dualità. Differente da essa, la pura
Consapevolezza, lo stato assoluto è senza inizio e senza fine, senza la
necessità di alcun sostegno al di fuori di se stessa. La Consapevolezza
diventa coscienza soltanto quando ha un oggetto su cui riflettersi. Tra la
pura Consapevolezza e la consapevolezza riflessa come coscienza, c’è una frattura
che la mente non può attraversare. Il riflesso del sole in una goccia
di rugiada non è il sole! La coscienza manifesta è vincolata nel tempo, in
quanto scompare non appena la struttura fisica in cui abita giunge a
termine.
- Se l’universo
manifesto è soltanto un’apparizione (in assenza della coscienza l’universo
non può esistere da se stesso) allora l’universo manifesto è il riflesso
di qualcosa che è presente in se stesso e per se stesso. I fenomeni allora
sono l’aspetto oggettivo del noumeno, la potenzialità totale, la totalità
del conosciuto nell’infinità dello sconosciuto. La coscienza non può
essere usata per trascendere la coscienza, perciò il noumeno rappresenta
il parametro esterno di cognizione. L'intero funzionamento non è altro che
noi. Ciò che siamo è il totale, santo, noumenico Assoluto, percepibile al
livello dei sensi, percepito e conosciuto, soltanto nella dualità relativa
come fenomeno manifesto. “Noi” siamo fenomenicamente trascendenza come
“io” e, noumenicamente, immanenza in relazione a come vediamo noi stessi.
Non c’è null’altro che “io”, non c’è “me”, non c’è “altro".
- Questa comprensione
non è questione di tempo (in effetti è precedente al concetto di tempo) e
quando avviene, avviene improvvisamente, come un lampo di comprensione al
di là del tempo. In effetti significa l’improvvisa cessazione del processo
di durata, una frazione di secondo in cui il funzionamento del
processo-tempo stesso viene sospeso - mentre avviene l’integrazione con
ciò che è precedente alla relatività - e l’assoluta comprensione
irrompe. Una volta che questo seme di comprensione ha messo radici, il
processo del riscatto relativo all’immaginaria schiavitù può prendere
avvio, ma la comprensione stessa è sempre istantanea.
- Voi siete coscienza
soltanto nella manifestazione, ma in verità voi siete quello che è prima
della coscienza stessa, cioè, voi siete la Pura Consapevolezza. Non è
abbastanza semplice da comprendere che un semplice oggetto, un’apparizione
- quello che un corpo fisico è - non possa eseguire alcuna azione di
nessun tipo, come entità indipendente? È soltanto quando la Coscienza
Impersonale, nel suo totale funzionamento, si manifesta oggettivandosi e
diventando identificata con ciascun oggetto che sorge il concetto dell’
“io” personale. Ciò che noi siamo Assolutamente (puro essere senza
tempo, al di là dello spazio, incondizionato, totalmente privo di
attributi e identità) non può conoscere ciò che è il piacere o il dolore
perché ciò che siamo non ha nulla di oggettivo in sé e soltanto un oggetto
può soffrire o avere qualche sorta di esperienza. Ciò che appariamo essere
come oggetti separati sono fenomeni manifesti, limitati nel tempo, finiti
e percepibili attraverso i sensi. Possiamo soffrire soltanto attraverso
la nostra identità fraintesa con gli oggetti separati!
- Questa totalità del
conosciuto alla fine si fonde nell’infinita potenzialità, la Realtà, che è
al di là del tempo e dello spazio (Paramakash). In questa concettuale
manifestazione, innumerevoli forme vengono create e distrutte, mentre
l’Assoluto è immanente in tutte le forme fenomeniche. Da dove vengono le
figure individuali come individui? Da nessuna parte. E tuttavia da ogni
dove, poiché noi siamo la manifestazione. Siamo il funzionamento. Siamo
la vita che viene vissuta. Siamo il vivere del sogno. Ma non
come individui. La percezione di questa verità demolisce il cercatore
individuale; il cercatore diventa il cercato ed il cercato è la
percezione.
- Non ignorare lo
scopo essenziale di tutto il Paramartha, cioè, la comprensione ultima, al
fine di conoscere la nostra Svarupa, la nostra vera identità. Che cos’è la
nostra vera identità? Immanifesta, nel silenzio, la nostra identità è
l’Unità Assoluta, la Pura Consapevolezza non consapevole di se stessa;
manifesta, funzionante nella dualità, la nostra identità è la coscienza
che cerca se stessa come l’“altro” perché “non può tollerare la sua stessa
presenza”. In altri termini, sul nostro stato originale del senza
tempo, dell’immutabile, dell’Assoluto, il corpo con coscienza è apparso
come una malattia temporanea, senza causa né ragione, come parte dei
totale “funzionamento” della Coscienza Impersonale e del suo ruolo come
Prajna. Ogni forma fenomenica dura per il tempo designato ed alla fine del
suo ciclo vitale scompare, così spontaneamente come è comparsa, e la
coscienza, sollevata della sua limitazione fisica, non più conscia di
se stessa, si fonde nella Consapevolezza: uno non è nato, né muore. La
coscienza, al fine di manifestarsi, ha bisogno delle forme fisiche per il
suo funzionamento e crea costantemente nuove forme e distrugge quelle
vecchie.
- La coscienza è sia
il funzionamento che la percezione del funzionamento e noi (non gli
individui ma l’eterno “Io”) siamo quel percepire. La coscienza nell’azione
non può essere differente dalla Coscienza a riposo, la Consapevolezza
Assoluta che è la totalità di tutto il potenziale. In altre parole, la
Coscienza-manifestazione è l’aspetto oggettivo della Consapevolezza
soggettiva. Se la coscienza è vincolata nel tempo e non è eterna,
nessuna conoscenza acquisita attraverso il mezzo di essa può essere la
verità e perciò, in definitiva, deve essere rigettata o, come ho detto,
essere offerta a Brahman (Assoluto) come un’oblazione - essendo Brahman
coscienza, essere, condizione di Io sono, o Ishwara, o Dio, o qualunque
nome vogliate dargli. In altre parole, gli opposti in relazione tra loro,
sia la conoscenza che l’ignoranza, sono nell’area del conosciuto e perciò
non sono la verità e la verità si trova soltanto nello sconosciuto.
Una volta che questo è chiaramente compreso, non rimane più nulla da fare.
In effetti non c’è realmente un’ “entità” a fare qualcosa.
- La coscienza
manifesta è la sua sola connessione con l’Assoluto. Non ci può essere
nulla di oggettivo riguardo l’Assoluto, che è essenzialmente pura soggettività.
Il mezzo per sperimentare ogni esperienza è la coscienza interiore. La
consapevolezza è dell’Assoluto e perciò al di là dei tre Guna
(differenziazioni fenomeniche).
Ricapitolando…
“Io,
immanifesto, sono la totale potenzialità, l’assoluta assenza del conosciuto e
del conoscibile, l’assoluta presenza dello sconosciuto e dell’inconoscibile.
Io, manifesto, sono la totalità di tutti i fenomeni, la totalità del conosciuto
nella inconcepibilità dell’immanifesto sconosciuto. Ci posso essere soltanto Io
- l’eterno Io - totalmente incondizionato, senza il minimo attributo, pura
soggettività. Il mero pensiero di "me” è immediata e spontanea (ma
illusoria) schiavitù: che il me scompaia ed immediatamente e spontaneamente, tu
sei Io”.
Sono sempre
presente perché sono sempre assente; e sono presente soltanto quando sono
assente. Per chiarire questo aggiungo che sono sempre presente assolutamente,
ma, relativamente, la mia presenza apparente è la mia apparente assenza come
Io;
Io, che non
sono nulla, sono ogni cosa che non sono, ma l’universo apparente è il mio sé;
Dopo che
tutti i “tu” ed i “me” si sono negati tra loro, io rimarrò come “io”;
Come potreste
amarmi? Voi siete ciò che io sono; come potrei odiarvi? lo sono ciò che voi
siete;
Non essendo
mai nato, come potrei morire? Non essendo mai stato vincolato, dov’è per me il
bisogno di cercare la liberazione?
Come può il
relativo giudicare l’Assoluto? L’Assoluto è invero il relativo quando il
relativo non è più relativo, quando il relativo abbandona tutto ciò che lo
rende relativo. In assenza della forma fisica, la coscienza non è conscia di
se stessa;
Che cosa
eravate prima di nascere?
Le preferenze
o le differenze sono tutte guazzabugli concettuali. Esse possono apparire
soltanto relativamente. Assolutamente, non ci può essere apparizione, e,
perciò, nessuna preferenza o differenza;
Raccogliete
tutta la conoscenza che volete - sia mondana che non mondana - e poi offritela
come sacrificio all’Assoluto, e così sia.
- - - -
- Se il noumeno
desidera guardare se stesso (naturalmente ora stiamo concettualizzando),
non può farlo senza oggettivarsi come fenomeno.
- Al fine di vedersi,
il noumeno si oggettiva nel fenomeno e, affinché avvenga questa
oggettivazione, lo spazio ed il tempo sono i concetti necessari (in cui il
fenomeno si estende nel volume e nella durata).
- Il noumeno, essendo
pura soggettività, non può vedersi come noumeno. La manifestazione
fenomenica, perciò, non è qualcosa di esterno, “proiettato” dal noumeno,
ma è una oggettivazione, come manifestazione, su e all’interno di se
stesso.
- Il substrato è
dunque il noumeno, che è totale potenzialità. Con il sorgere della
Coscienza, dell’“io sono”, esso si specchia nell’universo fenomenico
che solo in apparenza sembra essere esterno al noumeno.
- Perché sorge la
coscienza? Per nessuna ragione apparente, al di fuori del fatto che è
nella sua natura, come l’onda su di un’espansione d’acqua. Dalla “causa
senza causa” sorge il pensiero o il concetto io sono, la Coscienza
Impersonale su cui il mondo appare come un sogno-vivente.
- Nello stato
originale prevale io sono, senza alcuna conoscenza o condizionamento,
attributi, forma o identità.
- Il noumeno - pura
soggettività - deve rimanere sempre il solo soggetto. Perciò, il
presunto conoscitore ed il presunto conosciuto sono entrambi oggetti nella
coscienza.
- L’esistenza
manifesta è fenomenica, per cui il fenomeno, essendo apparenza conoscibile
a livello sensoriale e vincolata nel tempo, è una visione, un sogno,
un’allucinazione e perciò non vero. L’esistenza immanifesta è l’Assoluto,
atemporale, al di là dello spazio, non consapevole di esistere, non
conoscibile a livello sensoriale, eterna, perciò vera. Chi lo dice? La
coscienza naturalmente, cercando di conoscere se stessa e non riuscendoci
perché il conoscere (non c’è conoscitore come tale) non può conoscere ciò
che esso stesso sta conoscendo: un occhio non può vedere se stesso sebbene
veda ogni altra cosa. Il cercatore è il cercato: questa è la
fondamentale, importante verità.
- Il fenomeno, perciò,
non è qualcosa di differente dal noumeno, ma è il noumeno stesso
oggettivato. Una volta che sorge il concetto “io sono”, l’unità
fondamentale viene separata, come nozione, in soggetto ed oggetto nella
dualità.
- “Consapevolezza” è
il nome dato a quello stato di assoluta perfezione, quando la coscienza è
in totale riposo e non è consapevole della sua stessa esistenza. La
coscienza diventa conscia di se stessa soltanto quando comincia a vibrare
e sorge il pensiero, io sono.
- Quando, sul noumeno,
la coscienza vibra e sorge il senso di presenza - Io sono - si origina
simultaneamente il senso della dualità, il conoscitore ed il conosciuto,
lo sperimentatore e la cosa sperimentata. Ma la dualità è soltanto
apparente e non reale, perché l’essenziale unicità non può essere dicotomizzata.
I due aspetti - la Coscienza a riposo (noumenalità) e la coscienza in
azione (fenomenalità) - non si separano né si uniscono tra loro, perché
l’aspetto duale sorge soltanto come concetto. Shiva (noumeno) esiste nel
vibrare della Coscienza, perché tale attività non ha altra sorgente al di
fuori di Shiva; e l’attività stessa - la manifestazione ed il
funzionamento (Shakti) - avviene su e all’interno di Shiva (noumeno). La
dualità è semplicemente un’illusione, un concetto che non influenza e non
può influenzare l’unicità dell’Assoluto. Non dimentichiamo che la
creazione concettuale dell’universo è soltanto “il figlio di una donna
sterile”! L’apparizione e la scomparsa dell’apparente dualità, sono
entrambi un’illusione che continua costantemente di momento in momento,
senza alcun intervallo. L’identità essenziale è innata.
- Il noumeno ed il
fenomeno (o qualunque altra parola che denoti le condizioni relative) sono
semplicemente nomi che devono essere usati per la comunicazione allo stato
dualistico, dopo che è avvenuta la manifestazione. Esse sono semplicemente
due parole, usate per descrivere i due stati concepiti nel concetto, ma
non possono disturbare l’unicità basilare che rimane totalmente non
toccata. Le onde possono sorgere e calare, ma l’espansione dell’acqua, in
quanto tale, rimane intatta
- L’Assoluto
immanifesto si esprime nella manifestazione: la manifestazione avviene attraverso milioni di
forme. Milioni di queste forme vengono create costantemente e
costantemente distrutte nel processo della manifestazione;
- L’Assoluto, il
noumeno, è l’aspetto immanifesto; ed il fenomeno, l’aspetto manifesto di
ciò che siamo. Essi non sono differenti . Un paragone crudo sarebbe la
sostanza e la sua ombra, laddove il manifesto sarebbe l’ombra
dell’immanifesto informale. Il noumeno Assoluto è atemporale, al di là
dello spazio, non percepibile dai sensi; i fenomeni sono vincolati dal
tempo, con una forma limitata e percepibile ai sensi. Il noumeno è ciò che
siamo; i fenomeni sono ciò che appariamo essere come oggetti separati
nella coscienza.
- La coscienza, al
fine di manifestarsi, ha bisogno di una forma, un corpo fisico con cui
essa si identifica e così inizia
il concetto della “schiavitù”, con una oggettivazione immaginaria di “io”.
Ogni qual volta uno pensa ed agisce dai punto di vista di questa
auto-identificazione, si può dire di lui che abbia commesso il “peccato
originale” del volgere la pura soggettività (il potenziale senza limiti),
in un oggetto, una realtà limitata.
- La coscienza
funziona attraverso ciascuna forma e la condotta e l’opera di ciascuna
forma è generalmente, secondo la basilare natura della categoria a cui
essa appartiene (che sia una pianta, un insetto, un leone o un uomo) e
particolarmente, secondo la natura della particolare combinazione degli
elementi base in ciascuna forma.
- Non ci sono due
esseri umani simili (le impronte lo dimostrano) perché le permutazioni e
le combinazioni di milioni di ombre degli otto aspetti (i cinque elementi
base ed i tre Guna) sfociano in bilioni e trilioni di forme, non essendoci
due forme esattamente uguali.
- Ciò che siamo
Assolutamente, noumenalmente, è unicità-assoluto-soggettività senza il
minimo tocco di oggettività. Il solo modo in cui quello-che-siamo può
manifestarsi è attraverso un processo di dualità, l’inizio del quale è il
vibrare della coscienza, il senso di “Io sono”. Questo processo di
manifestazione-oggettivazione, che fino a questo momento era totalmente
assente, comporta una dicotomia in un soggetto che percepisce ed un
oggetto che viene percepito; conoscitore e conosciuto.
- Ogni cosa
immaginabile, ogni sorta di fenomeno che i nostri sensi percepiscono e la
nostra mente interpreta, è un’apparizione nella nostra coscienza.
Ognuno di noi esiste soltanto come oggetto, un’apparizione nella coscienza
di qualcun’altro. Il conoscitore ed il conosciuto sono entrambi oggetti
nella coscienza, ma (e questo è il punto importante riguardo la
pseudo-entità) quello che conosce l’oggetto presume di essere il soggetto
della cognizione di altri oggetti, in un mondo esterno a se stesso, e
questo soggetto conoscitore considera la sua pseudo-soggettività un’entità
indipendente, autonoma - un “sé” con il potere di azione volitiva! Il
risultato della identificazione con l’elemento conoscitore, nel processo
della manifestazione, è il concetto della pseudo-personalità con scelta di
azione individuale. E questa è la base della “schiavitù” illusoria.
- Oltre a questa
dicotomia soggetto ed oggetto, il processo della manifestazione fenomenica
dipende dal concetto basilare di spazio e tempo. In assenza del concetto
di “spazio”, nessun oggetto potrebbe diventare apparente in modo
tridimensionale; similmente, in assenza del concetto parallelo di “tempo”,
l’oggetto tridimensionale non potrebbe essere percepito - né alcun
movimento misurato - senza la durata necessaria a rendere l’oggetto
percepibile. Il processo della manifestazione fenomenica, perciò, avviene
nello spazio-tempo concettuale in cui gli oggetti diventano apparizioni
nella coscienza, percepiti e conosciuti dalla coscienza, attraverso un
processo di concettualizzazione, la cui base è una divisione tra
pseudo-soggetto che percepisce e oggetto percepito.
- Nessun oggetto ha
una propria esistenza indipendente e perciò, un oggetto non può
risvegliarsi dal sogno-vivente; tuttavia - e questo è lo scherzo - il
fantasma individuale (un oggetto) cerca qualche altro oggetto, come
l’“Assoluto” o “Realtà”, comunque lo si voglia chiamare.
- Una chiara
percezione di questo processo della manifestazione comporta la
comprensione:
-
che in realtà non
c’è questione di alcuna identificazione con nessuna forma individuale perché la
base stessa di questo spettacolo-manifestazione è durata (di ciascuna forma) e
la durata è un concetto del tempo;
-
che la nostra
vera natura è la testimonianza di questo spettacolo. Va da sé che la
testimonianza può avvenire soltanto sino a che lo spettacolo continua e lo
spettacolo può continuare soltanto sino a che c’è coscienza. A comprendere
tutto questo c’è la coscienza, che cerca la sua sorgente e non la trova perché il
cercatore è il cercato.
-
Fenomenicamente,
“me” (e “tu” e “egli”) è soltanto un’apparizione nella coscienza: come può
un’apparizione essere in schiavitù? Noumenalmente, come posso Io - pura
soggettività - necessitare di
liberazione? La liberazione consiste soltanto nell’essere liberi dall’idea
che ci sia “qualcuno” che ha bisogno della liberazione.
- Quando la coscienza,
che nel riposo è impersonale, si manifesta oggettivandosi come fenomeno,
essa si identifica con ogni oggetto senziente e così sorge il concetto di
un “io” individuale separabile e personale, che tratta tutti gli altri
fenomeni come suoi oggetti. Ciascun essere senziente diventa il soggetto
nei confronti di tutti gli altri oggetti senzienti, sebbene, in realtà,
siano tutti oggetti che appaiono nella coscienza. La coscienza è il
“colpevole” che ha portato all’uomo l’illusoria schiavitù ed è soltanto la
coscienza che può portarlo a conseguire l’illusoria liberazione. La
coscienza è Maya, ed è anche coscienza Ishwara, che agisce come il Sadguru
e, se doverosamente propiziato, dischiude il segreto dell’universo e
fornisce l’illusoria liberazione in questa commedia del sogno-vivente, in
cui la coscienza è il solo attore che interpreta tutti i molteplici ruoli.
Questa stessa coscienza fornirà l’illusoria liberazione per l’illusoria
schiavitù dell’illusorio individuo, rivelando la sua vera natura, che non
è null’altro che il cercatore stesso. Il percepire questa verità è la
finale e sola liberazione e il bello di tutto ciò è che persino la
“liberazione” è un concetto! Se questo è chiaro, uno deve ritornare
indietro per scoprire ciò che era originalmente (e che è sempre stato)
prima che sorgesse la coscienza. A questo stadio giunge il “risveglio” in
cui scopre che non è né il corpo, né la coscienza, ma lo stato senza nome
della totale potenzialità, precedente l’arrivo della coscienza
(nella coscienza, quello stato, qualunque nome abbia, può essere soltanto
un concetto).
- Soltanto questa
realizzazione può condurre ad una perfetta accettazione equanime di qualunque
evento possa accadere sino a che la durata della vita termina e, mentre la
vita viene così vissuta, ci sarà ovviamente un preciso senso di una unità
che tutto abbraccia, perché gli “altri” sarebbero percepiti non come
oggetti di un pseudo-soggetto, ma come gli aspetti manifesti della stessa
soggettività noumenica che uno è.
- L’identificazione
dell’unicità (o il soggetto) che siamo, con la separazione nella dualità
(o l’oggetto) che appariamo essere, costituisce la “schiavitù” e la
disidentificazione (da questa identificazione) costituisce la
“liberazione”. Ma sia la “schiavitù” che la “liberazione” sono illusorie,
perché non c’è un’entità che sia in schiavitù e che voglia la liberazione;
l’entità è soltanto un concetto che sorge dalla identificazione della
coscienza con un oggetto apparente, che è semplicemente un’apparizione
nella coscienza!
- Che cosa deve fare
l’individuo? La sola cosa che uno può fare è di tenere sempre a mente il
fatto che un’entità indipendente non può esistere e che l’intera manifestazione
è il funzionamento della coscienza, nella quale ognuno di noi ha il suo
ruolo da recitare e alla fine deve accettare qualunque cosa avvenga
all’interno di quel totale funzionamento con stupita ammirazione. Poi,
la sola cosa che rimane è di non ‘praticare” con sforzo deliberato, ma
semplicemente lasciare che la nostra vera comprensione impregni
profondamente il nostro vero essere, passivamente e pazientemente,
cosicché tutte le illusioni e le ostruzioni gradualmente cadano da sole.
- in realtà non importa
ciò che facciamo, non ci può essere nessuna entità ad esercitare nessuna
volizione efficace ed effettiva - né il fare né il non fare - che ciò
che consideriamo il risultato della nostra scelta è soltanto l’inevitabile.
Quando ciò corrisponde con quello che consideriamo accettabile per noi al
dato momento, ci inorgogliamo della nostra “azione volitiva” e la
consideriamo un raggiungimento personale e quando non lo è, diventa una
questione d’ira, infelicità e frustrazione per noi. Accettare la paternità
dell’azione sulla base della volizione di qualcosa che è parte del totale
funzionamento della coscienza, è la catena che vincola l’individuo
fenomenico nell’apparente “schiavitù” - apparente perché non c’è entità da
vincolare - e la realizzazione della assurdità stessa del pseudo-soggetto
che cerca di agire indipendentemente dal funzionamento Prajnico
(Prajna = pura consapevolezza) è il
“risveglio”. In altri termini, il vivere sarebbe vivere libero, dove né il
fare positivo, né il non fare negativo di una pseudo-entità prevarrebbe,
poiché, in assenza di qualunque intenzione, non c’è volizione. Senza
intenzioni concettuali, tutte le azioni sarebbero spontanee; l’attore che
recita il suo ruolo in questa commedia della vita o il vivere il proprio
sogno-vivente prendendo la vita come viene. Una volta che c’è la
percezione di ciò-che-è, tutta la vita diventa ciò che è sempre stata:
Lila, un “gioco”.
- Una volta che
realizzi che non c’è nulla in questo mondo che puoi o che hai bisogno di
chiamare tuo, lo guardi dall’esterno come si guarda una recita sul
palcoscenico o un dramma sullo schermo, ammirandolo e gioendone, forse
soffrendone, ma, nel profondo, del tutto non toccato.
- Come si fa a sapere
se si sta facendo un “progresso” spirituale? Può forse essere che il più
sicuro segno di “progresso” sia una mancanza di preoccupazione circa il
progresso ed un’assenza di ansietà circa la liberazione, nella scia
della chiara percezione intuitiva? Una istantanea percezione del totale
“funzionamento” di Nisarga (natura) in cui non c’è posto per un’entità
autonoma.
- L’essere umano
individuale considera la coscienza (nota l’assenza della “C” maiuscola)
come parte dell’equipaggiamento che ha all’interno dei corpo, sin da
quando è nato ma è invece la sua stessa esistenza che dipende da questa
coscienza all’interno del corpo. Se egli fosse nato senza questa
coscienza, “egli” sarebbe stato gettato fuori e distrutto come un rifiuto.
Perciò, comprendi che questa coscienza è la sola “sorgente” che può
aiutarti a comprendere la tua vera natura;
- L’essere umano
individuale non è un individuo che possieda la coscienza, ma è la
Coscienza (nota la “C” maiuscola) - l’aspetto manifesto oggettivo
dell’immanifesto Assoluto - in cui appare l’intero universo, inclusi i
milioni di esseri umani. Perciò, egli è soltanto una minuscola parte della
manifestazione totale, essendo l’intero spettacolo soltanto un’illusione.
- Se questa posizione
viene realmente capita, verrà anche percepito che sino a che esiste il
corpo, l’apparato psicosomatico in cui avviene la manifestazione, noi non
siamo il corpo perituro ma la coscienza animante che dà capacità senziente
all’apparato fisico. Una volta, comunque, che il corpo “muore” e la
coscienza manifesta lo lascia e si fonde con la coscienza immanifesta, noi
siamo la Coscienza a riposo, la Consapevolezza Assoluta.
Epilogo
- Che cosa dire di me?
Non c’è mai stato un “me”, non ci può mai essere un “me”. “Io” sono sempre
stato presente, assolutamente. In effetti, la mia relativa assenza sarà la
mia assoluta presenza. Il momento della “morte" sarà il momento
dell’estasi più alta, l’ultima percezione sensoriale dell’apparato
psicosomatico.
- Sono consapevole
della mia vera identità come atemporalità, infinità, soggettività; perciò
non soffro e non posso soffrire. Sono consapevole che è la coscienza che
soffre apparentemente un’esperienza attraverso l’apparato sensoriale. Tu,
d’altra parte, credi di essere l’apparato sensoriale ed è questa tua
erronea identità la causa della tua sofferenza e della tua schiavitù.
- Sino a che c’è la coscienza
funzionante, che tiene in moto l’apparato sensoriale, ci sarà anche il
vivere, lo sperimentare, il soffrire, positivo o negativo. Ma tu, come
“io”, sei soltanto il testimoniare tutto ciò. Ogni funzionamento è
l’espressione oggettiva di ciò che io sono soggettivamente ed ogni essere
senziente può affermare questo: ciò che sono non può soffrire nessuna
esperienza, in quanto un’esperienza può essere sofferta soltanto da un
“tu” o un “me” oggettivo.
- Noumenalmente, io
non posso avere né presenza, né assenza poiché entrambi sono concetti. Il
senso di presenza è il concetto che volge l’unicità dell’Assoluto nella
dualità del relativo. Immanifesto, io sono il potenziale che nella
manifestazione diventa l’effettivo.
- “Ho dato nascita a
me stesso e sono uscito dal mio stesso grembo; tutti i miei desideri hanno
trovato fine e la mia meta è raggiunta... Tutte le cose si sono fuse e
sono scomparse nell’unicità... Non vedo nulla e tuttavia vedo ogni cosa.
L’io e il mio sono stati rimossi da me. Parlo senza parlare. Mangio senza
mangiare... Non ho bisogno di nascere, né di morire. Io sono come sono.
Non c’è né nome né forma per me e sono al di là sia dell’azione che della
non-azione... Adorare Te diventa una cosa impossibile poiché Tu sei
identico a tutti i mezzi di adorazione. Se voglio cantare una canzone
(delle Tue lodi), Tu sei la canzone. Se suono i cimbali, Tu sei i
cimbali.”
- Tutto ciò che sono,
tutto ciò che sono sempre stato e sempre sarò, è ciò che ero prima di
“nascere”. Non essendo un corpo, come avrei mai potuto nascere? Essendo
la Consapevolezza stessa, come avrei potuto essere consapevole della
consapevolezza? Non sono nulla e non conosco “altro” di cui essere
consapevole. Come noumeno, io non sono consapevole della consapevolezza.
Come fenomeno, sto “funzionando”, un aspetto del mio potenziale come
noumeno funziona ad un livello impersonale, spontaneamente, non
volontariamente. Io sono perciò, il vedere, l’udire, il percepire,
il conoscere, il fare, di tutto ciò che viene visto, udito, percepito,
conosciuto e fatto; “io” che percepisce l’oggettivazione di questo qui
ed ora.
- Noumenalmente
(assolutamente) inconoscibile, fenomenicamente (relativamente) io divento
un oggetto di conoscenza. Il noumeno-io è ciò che rimane dopo che tutti
fenomeni vengono totalmente negati. lo sono questa-qui-e-ora totale
assenza fenomenica. Come posso allora io, noumeno, essere conosciuto,
sperimentato, percepito? Quando mi manifesto è come “capacità senziente”,
per mezzo dell’estensione concettuale nello spazio, misurato nella durata
(tempo). Qualunque esperienza può essere sperimentata soltanto nella
dualità, come soggetto-oggetto, discriminando e giudicando attraverso
controparti relazionate come la gioia ed il dolore. Quando la mente è
totalmente silente, vuota, quando lo spazio-tempo concettualizzante è in
sospensione, allora tutto quello che voi siete io sono - unicità,
integrità, santità, umiltà, amore. È così semplice, ma mi chiedo quanti
percepiscano ciò che sto dicendo. Smettete di concettualizzare e “voi”
siete “io”, niente sé separato e nient'altro!
- lo sono la coscienza
in cui appare il mondo. Ogni cosa e qualunque cosa costituisce il mondo
manifesto non può perciò essere null’altro che ciò che io sono,
assolutamente. Come potrei non essere ogni cosa? Tutto ciò che l’ombra è
non può mai essere nulla più di ciò che è la sostanza. Qualunque cosa si
rispecchi come un’immagine, come può essere qualcosa di più o di meno di
ciò che si specchia? Non posso essere una “cosa” particolare; posso essere
soltanto ogni cosa. È soltanto quando l’ego collassa che questo può
essere percepito. E chiunque può dire questo soltanto, non c’è “uno”
che può “dire” questo. Tutto ciò che è, è percezione.
- “lo” atemporalità - sono
totale consapevolezza senza essere consapevole di questa consapevolezza,
totale soggettività, senza il minimo tocco di oggettività. Mi manifesto
attraverso la coscienza, attraverso la dualità, per mezzo di soggetto ed
oggetto, attraverso i concetti di spazio-tempo e il campo degli opposti
interdipendenti, senza i quali la manifestazione e l’oggettivazione non
sarebbero possibili. Tutta la manifestazione è la mia espressione, il
mio riflesso, in cui mi manifesto come ciascun essere senziente; questo
oggetto, questo essere senziente sembra funzionare e si considera
(erroneamente) come il soggetto. Ma “io” sono la sola soggettività e tutto
il funzionamento nel mondo manifesto è la mia oggettivazione nella
coscienza, che in effetti io sono. Tutti gli oggetti fenomenici, aspetti
di ciò che io sono, diventano percepibili a livello sensoriale soltanto
quando si estendono in quello che io manifesto come “spazio” e si misurano
in ciò che io manifesto come “tempo”. Ancora, perciò, la semplice ed ovvia
verità: Questo-qui-ed-ora, tutta la manifestazione percepita con i sensi,
non è diversa da ciò che io sono nella mia unicità. E, naturalmente, ogni
oggetto senziente può affermare questo. Una volta che questa semplice
posizione viene chiaramente compresa, potete fare ciò che volete mentre
attraversate la durata della vita che vi è stata assegnata.
- Questa unicità è ciò
che io sono. Ma questa unicità, questa identità, questa totalità, non può
conoscere se stessa perché in essa non esiste soggetto in quanto separato
da un oggetto, una posizione che è necessaria per il processo del vedere,
del conoscere o del percepire. In altre parole, nello stato originale
dell'unicità o totalità, non esiste nessun mezzo o strumento attraverso il
quale possa avvenire il conoscere.
- Io sono la
coscienza, questo senso di presenza non può essere altro che un concetto,
una visione, un sogno, un’allucinazione! E questa coscienza è la sorgente
di tutta la manifestazione; in effetti è la manifestazione! Sorge una
domanda basilare e fondamentale a questo punto. Chi è arrivato a questa
conclusione? Chi altri può essere se non “io”? “Io” che sono responsabile
per ogni sorta di manifestazione, io che sono ogni sorta di fenomeno
manifesto, io che ero presente cento anni fa, io che ero presente prima
che il “tempo” fosse concepito, io che sono atemporalità, io che sono
consapevolezza non consapevole di se stessa poiché in quel mio vero stato
di Totalità, Unicità, non c’è né presenza né assenza; assenza della
presenza della presenza, assenza della presenza dell’assenza è
ciò-che-io-sono (e ogni essere senziente può dire questo; non come se
stesso ma come “lo”).
- “Io” non posso
soffrire alcuna esperienza, perché “io” sono pura soggettività senza la
minima traccia di oggettività e soltanto un oggetto può soffrire. Un “me”
o un “tu” è un oggetto e perciò, soffre l’esperienza. Inoltre, come
qualunque altro oggetto, un “me” o un “tu” non può avere sostanza e
perciò, può esistere soltanto come un concetto nella coscienza. Inoltre,
non dimenticare mai che soltanto la coscienza può soffrire, perché
qualunque reazione ad uno stimolo, quello che lo sperimentare è, può
avvenire soltanto attraverso la coscienza. In effetti, perciò, la
coscienza e la sofferenza sono identiche, e in nessun modo differenti. Naturalmente
c’è sofferenza. Ma realizzi che cos’è questa sofferenza? lo sono la
sofferenza. Qualunque cosa sia manifesta, io sono il funzionamento.
Qualunque cosa sia percepibile io sono il percepire. Qualunque cosa venga
fatta io sono il fare; io sono l’agente e, comprendi questo, io sono anche
ciò che viene fatto. In effetti, io sono il totale funzionamento. Tu ed
io non siamo due, ma la stessa Assoluta Unicità.
- L’intero universo è
il mio palcoscenico. Non soltanto recito, ma costruisco il palcoscenico e
tutto l’equipaggiamento; scrivo la sceneggiatura e dirigo gli attori. Si, io
sono il solo attore che assume i ruoli di milioni di persone - e, ciò
che è più importante, questo spettacolo non finisce mai! La sceneggiatura
viene scritta continuamente, nuovi ruoli vengono concepiti, nuovi scenari
sorgono per molte differenti situazioni.
- La manifestazione
universale è soltanto nella coscienza, ma il “risvegliato” ha il suo
centro di visione nell’Assoluto. Nello stato originale del puro
essere, non consapevole della sua esistenza, la coscienza sorge come
un’onda sull’acqua e nella coscienza il mondo appare e scompare. Le onde
sorgono e cadono, ma l’estensione d’acqua rimane. Prima di ogni
inizio, dopo ogni fine, lo sono. Qualunque cosa accada, “Io” devo essere
là a testimoniarla. Non è che il mondo non “esista”. Esiste, ma
semplicemente come un’apparizione nella coscienza - la totalità del
conosciuto manifesto nell’infinità dello sconosciuto, immanifesto. Ciò che
inizia deve finire. Ciò che appare deve scomparire. La durata
dell’apparizione è una questione di relatività, ma il principio è che
qualunque cosa sia soggetta al tempo e alla durata deve finire ed è,
perciò, non reale. Ora, non puoi percepire che in questo sogno-vivente sei
ancora addormentato, che tutto quello che è conoscibile è contenuto in
questa fantasia del vivere e che colui che, mentre conosce questo mondo
oggettivato, si considera una “entità” separata dalla totalità conosciuta
è in effetti parte integrante di quello stesso mondo ipotetico?
- Ciò che stiamo
cercando non può essere trovato per la semplice ragione che quello che sta
cercando e quello che è cercato non sono diversi. Uno non può cercare la
verità come se fosse un oggetto né la verità può essere descritta. Può
essere soltanto suggerita o indicata, ma non espressa in parole perché la
verità non può essere concepita. Qualsiasi tentativo di trovare la
prova della verità coinvolgerebbe una divisione della mente in soggetto ed
oggetto e quindi la risposta non potrebbe essere la verità, poiché non c’è
nulla di oggettivo a riguardo della verità, che essenzialmente è pura
soggettività. La questione della prova sorge soltanto nell’esistenza
relativa e qualunque prova fornita ali’interno dei parametri
dell’esistenza relativa può soltanto essere una non verità! Il solo sforzo
efficace è un’istantanea percezione della verità. Vedete il falso come
falso e ciò che rimane è vero. Ciò che è assente ora, apparirà quando ciò
che ora è presente scompare. È proprio così semplice. La negazione è la
sola risposta.
- Non c’è “me",
né “te" ; non hanno mai potuto esserci tali entità. qualunque
percezione della Verità è valida soltanto quando la percezione stessa
scompare, cioè, soltanto quando il cercatore stesso scompare come entità. Oggettivamente,
io sono tutto quello che accade nello specchio della coscienza. Assolutamente,
io sono quello. Io sono la coscienza in cui il mondo appare
- Ora so ed ho
realizzato che io sono quello - io sono quello che sono sempre stato e
sempre sarò. Che cosa resta da fare? o da disfare? E chi è che lo fa? E
per quale scopo?
Semplicemente
sii